100% Make-up, 100 vasi per cento autori: il progetto di Alessandro Mendini per Alessi

Nel 1992, Alessandro Mendini collaborò con Alessi per il progetto 100% Make-up: cento vasi in porcellana, ciascuno decorato da uno dei cento artisti che presero parte all'iniziativa, riprodotti in un massimo di cento esemplari per una tiratura totale di 10.000 vasi. La collezione completa verrà offerta in asta l'11 giugno e sarà possibile fare offerte sia sulla serie dei 100 vasi (lotto 0), oppure sui singoli lotti dei diversi autori (lotti 1-100)

Un’opera corale, testimonianza, grazie alle 100 decorazioni proposte da 100 angoli del mondo, delle diversità non solo del singolo individuo ma anche delle culture che rappresentano.

100% Make-up sarebbe il nome perfetto per un tutorial online di trucco, in realtà è il nome partorito, nel 1992, dalla vulcanica mente di Alessandro Mendini per la sua collaborazione con Alessi dedicata a una sezione particolare chiamata “Tendentse”. Un progetto che per le sue complessità organizzative e tecniche ha richiesto un impegno di più di tre anni e che rispecchia completamente le modalità progettuali di Alessandro Mendini: non solo un designer ma un artista totale, si direbbe “rinascimentale”.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vasi (da sinistra a destra): n.32 Micheal Graves, n.30 Anna Gili, n.15 Nigel Coates, n. 43 Mark Kostabi

In ogni progetto del designer milanese si percepisce il divertimento e il piacere che ne hanno portato alla creazione. In particolare in 100% Make-up si comprende totalmente il suo desiderio di lavorare assieme ad altri, noti o ignoti, coordinando gruppi. Un’attività quasi più da curatore che da progettista: cos’è infatti questa operazione se non una mostra collettiva in cui le tradizionali pareti di uno spazio espositivo sono sostituite dalle forme di un vaso bianco? 100 autori tra architetti, designer, grafici, artisti e autori appartenenti a culture alternative invitati a creare il proprio “racconto visivo” per decorare ciascuno, grazie a delle decalcomanie, 100 copie del vaso disegnato da Alessandro Mendini stesso.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vaso n. 19 Nicola De Maria

Ma perché un vaso e non una sedia, una caffettiera o una lampada?
Il vaso, come scelta di un oggetto, non è casuale. In esso coesistono le forze della terra, della materia che lo compongono, dell’acqua che aiuta a plasmarlo e del fuoco che ne rende immutabili le forme.
Protagonista sia di leggende e storie, a cominciare dal mito del vaso di Pandora, che della quotidianità dei nostri avi come recipiente per il trasporto di farine, vino, olio o acqua fino a oggetto decorativo vuoto o accompagnato da fiori e piante per la casa moderna. Il vaso accompagna quindi l’essere umano da secoli nel suo percorso lungo le vie del mondo e proprio queste sue caratteristiche di universalità e trasversalità devono essere sembrate perfette a Mendini per questo suo progetto corale di unione di persone, culture e formazioni diverse.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vasi (da sinistra a destra): n. Guillermo Tejeda, n. 93 Mara Voce, n. 78 Ettore Sottsass Jr.

Chiedendo a ciascuno dei 100 designer, architetti, grafici e artisti, Mendini dà corpo non solo a un’operazione di design ma a una vera e propria ricerca antropologica e sociale. Un’opera corale, testimonianza, grazie alle 100 decorazioni proposte da 100 angoli del mondo, delle diversità non solo del singolo individuo ma anche delle culture che rappresentano.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vaso n. 9 Alighiero Boetti

Scorrendo la lista dei nomi balzano agli occhi nomi di artisti come Alighiero Boetti, che approccia la decorazione come i suoi multicolori collage ottenuti sovrapponendo le immagini tratte da riviste e settimanali, o Nicola De Maria che ripropone le sue composizioni di triangoli, stelle e quadrati nei toni dei colori primari, giallo, rosso e blu fino a Carla Accardi, che elegantemente include i suoi graffiti in bianco e nero all’interno di un ovale. Il tedesco Andreas Schulze si scosta totalmente, invece, dai soggetti dei suoi dipinti trasformando il vaso in un album di famiglia con tante fotografie di parenti e amici condividendo i suoi ricordi.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vaso n. 2 Carla Accardi

Se il musicista e compositore Brian Eno sparge archetti dorati e neri sulle superfici bianche come onde sonore, l’israeliano Yael Applefeld rende omaggio al vaso stesso rendendolo anche decorazione nella sua silhouette.
Un vaso può ironicamente essere trasformato in una forma di groviera con tanti topini che sbirciano dai fori, come ha fatto ad esempio l’architetto Massimo Mariani o essere messaggero di riflessioni come accade per opera di Philippe Starck, che disegnando alternativamente croci celtiche, stelle di david e lune crescenti, non può non rimandare alle simbologie che rappresentano.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vaso n. 80 Philippe Starck “Mèmorie d’avant-guerre”

Tra i continenti più rappresentati l’Africa, dove il vaso tradizionalmente non aveva nessun valore decorativo ma solo funzionale, nella convinzione che avere fiori in casa potesse ad esempio attirare i serpenti. Questo non ha impedito a maestri come il congolese Cheri Samba di renderlo unico con i suoi personaggi in una narrazione vicina al fumetto, o al conterraneo Bodys Isek Kingelez di immaginarvi i suoi edifici utopici multicolori, fino all’ivoriano Frédéric Bruly Bouabré che ne usa la superficie per inquadrarvi i suoi disegni naif.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vasi (da sinistra a destra): n.21 Emmanuel Ekefrey, n. 52 Esther Mahlangu, n. 73 Cheri Samba, n. 87 Twins Seven Seven, n. 53 Valente Malangatana

Questi sono solo alcuni dei 100 autori i cui nomi compaiono riuniti alla base di ogni vaso con il numero di tiratura. Democraticamente, infatti, le prime 100 copie di ognuno di essi furono proposte allo stesso prezzo indipendentemente dalla fama e carriera di ciascuno degli autori. Altrettanto democraticamente la richiesta del pubblico avrebbe determinato il successo di un modello o di un altro e la relativa messa in produzione in tiratura illimitata e a prezzo differenziato.

Alessandro Mendini, 100% Make-up, The New Romantic Style. Alessi, 1992. Vaso n. 89 Hilde Vemren “Odi et amo”

100% Make-up, 100 autori, 100 decorazioni, 100 vasi, un’unica grande mente dietro a tutto, quella di Alessandro Mendini che amava affermare: “Per me le superfici degli oggetti e delle architetture sono come dei dipinti” e noi come dipinti contempliamo le sue creazioni.

Filippo La Mantia “completa” la ricca asta di Vini e Distillati

La già ricca asta 25 e 26 marzo aggiunge una sezione dedicata alla Sicilia, in collaborazione con lo chef Filippo La Mantia

Donnafugata Ben Ryè

Derby delle eccellenze tra Italia e Francia in occasione della prossima asta di Vini e Distillati, che si terrà nella sede di Milano il 25 e il 26 marzo prossimi.

Un pareggio 3-3 sui top lot: per la Francia troviamo una straordinaria Jeroboam 5 Litri 1999, proprietario unico certificato e sempre conservata in cantina a temperatura controllata; un La Tache 2001 di Romanée Conti conservato con l’attenzione che merita; la Salon Le Mesnil Collection con i millesimi 2004, 2006, 2007 e il 2008 Magnum;

Lotto 1169, CHÂTEAU LAFITE ROTHSCHILD 5 LITRI, 1999 1 Jéroboam (5 litri) / OWC. Base d’asta € 6.500

l’Italia risponde con una 3 Litri di Giacomo Conterno Monfortino 2010, una straordinaria verticale di 16 annate di Sassicaia 2002-2017, e pareggia con la rara Collezione Ornellaia 2012-2015 nella sontuosa confezione originale.

 

Lotto 2028, GIACOMO CONTERNO MONFORTINO RISERVA 3 LITRI
2010 1 DMg / OWC. Base d’asta € 6.000

Cosa si può aggiungere a una proposta che presenta i più grandi vini del mondo da Francia, Italia, USA e Nuovo Mondo?

Grazie alla collaborazione con Filippo La Mantia, Finarte presenta una sezione dell’asta dedicata alla Sicilia, un territorio di tradizione antichissima che da alcuni anni vive un momento di grande splendore. In un numero limitato di lotti esclusivi verrà presentata una significativa antologia della produzione dell’isola: i grandi Marsala di Marco de Bartoli, gli straordinari vini dell’Etna, con gli interpreti più prestigiosi come Tenuta delle Terre Nere e Franchetti, il Donnafugata Ben Ryé, probabilmente il più grande passito d’Italia, che porta il nome di Pantelleria in tutto il mondo, i grandi Nero d’Avola di Gulfi e Duca di Montalbo e gli straordinari rossi di Palari, Messina.

I lotti della sezione La Mantia verranno battuti giovedì 25 marzo, al termine della sezione dell’asta dedicata ai lotti da collezioni private, come ideale ponte verso il 26 marzo, dove invece saranno protagonisti preziosi vini da grandi mercanti internazionali.

 

Catalogo online

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Cognac e Armagnac, due nettari della Francia amatissimi dagli intenditori (e non solo)

Potremmo ironicamente definirli "i cugini di Francia": entrambi sono dei brandy e devono il proprio nome alle regioni di origine delle uve utilizzate per la loro produzione, Francia Settentrionale per il Cognac e la Guascogna per l’Armagnac. Scopriamone le caratteristiche con alcuni lotti dell'asta di Vini e Distillati del 25 e 26 marzo.

 

Se il cognac viene definito dagli estimatori come il distillato di seta, l’armagnac è il velluto.

I distillati alcolici possono essere considerati tutti come i membri di una grande famiglia. Logicamente tra loro vi sono dei gradi di parentela più stretti e tra questi vi è sicuramente quello tra il cognac e l’armagnac che potremmo ironicamente ribattezzare i cugini di Francia.  Entrambi sono dei brandy e devono il proprio nome alle regioni di origine delle uve utilizzate per la loro produzione, rispettivamente la Francia Settentrionale per il cognac e la Guascogna, nel sud ovest della nazione transalpina, per l’armagnac.

Oltre alla nazione, altro punto in comune l’uva utilizzata, principalmente l’Ugni Blanc, molto simile all’italiano Trebbiano,  accompagnata a volte da vitigni Colombard o Folle Blanche. Tutti vitigni bianchi vendemmiati prima della completa maturazione con cui vengono ottenuti vini leggeri e poco profumati, dalla bassa gradazione e dalla spiccata acidità; caratteristiche che contribuiscono a realizzare ottimi cognac ed armagnac.

Lotto 2338, Jean Grosperrin Cognac Collection: Bons Bois 1944, Bons Bois 50 ans, Des Borderies 1961, Fins Bois 1968, Fins Bois 1972, Fins Bois Origine Rateau, Grande Champagne 1971, Petite Champagne 1962, Petite Champagne 1958. Base d’asta € 2.400

Il cognac è un’acquavite di vino dal sapore delicato e raffinato con definiti sentori floreali e una gradazione alcolica di circa 40°. La sua produzione è stata regolamentata con un trattato nel lontano 1909, lo stesso con cui si decise che solo le acquaviti provenienti dalla regione di Cognac potessero fregiarsi di questo nome, tutti gli altri prodotti simili  infatti hanno la denominazione più comune di brandy.

Le zone di produzione/crus riconosciute nella regione sono sei:

  • Grand Champagne, che dà vita ai cognac più pregiati
  • Petite Champagne e La Borderies, con i distillati dall’aroma maggiormente floreale
  • Fin Bois, area degli aromi più fruttati
  • Bon Bois e Bois Ordinaries, che potremmo definire i “basici”

Le uve vengono raccolte entro il 29 settembre in coincidenza con la festa di San Michele, mentre la distillazione di tipologia “discontinua” si serve di alambicchi detti “marentais” e viene eseguita necessariamente entro il 31 marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

Lotto 2342, Selezione Jean Grosperrin Cognac: Des Borderies 1961, Petite Champagne 1962, Grande Champagne 1971, Fins Bois 1972. Base d’asta € 750

Il mosto durante il processo subisce una prima bollitura di circa otto ore, a cui segue una fase di raffreddamento e una seconda bollitura di circa dodici ore, in cui vengono scartate sia la testa che la coda del prodotto per mantenerne solo il cuore. Il distillato ottenuto sarà poi quello che andrà a invecchiare per un minimo di 30 mesi fino a un massimo di 30 anni in capienti botti di rovere.

Il cognac che giunge ai nostri palati non è però spillato direttamente da queste botti. La fase più importante è infatti quella in cui il maitre de chai miscela e diluisce tra loro varie vigne e annate sia per ottenere un bouquet armonico sia per abbassare la gradazione alcolica che all’uscita degli alambicchi era compresa tra i 63° e i 72°, ben più dei 40° della commercializzazione.

Lotto 2346, Jean Grosperrin Cognac Bons Bois, 1944. Stima € 450

Proprio l’essere un blend di vitigni e anni diversi determina il fatto che l’etichetta dei cognac, rispetto a quella dei vini, per esempio non riporta l’annata (a esclusione dei millesimati, dei quali viene indicata l’annata di produzione e/o imbottigliamento). Per l’identificazione della qualità della bottiglia vengono usate delle sigle:

  • VS (very special) o *** (trois etoiles): l’acquavite più giovane usata per l’assemblaggio ha almeno due anni di invecchiamento
  • VSOP (very old pale); VO (very old); Réserve: l’acquavite più giovane usata per l’assemblaggio ha almeno quattro anni di invecchiamento
  • Vielle Reserve; Grande Réserve; Vieux; XO (extra old); Napoleon: l’acquavite più giovane usata per l’assemblaggio ha almeno sei anni di invecchiamento

Lotto 1208, Hennessy Fine Champagne Cognac,  anni 70/80. Base d’asta € 100

Il cognac, rispetto ad altre tipologie di distillati, permette anche dei lunghissimi periodi di invecchiamento purché non in botte per evitare che il tannino del legno vada a rovinarne il sapore, per questo è possibile trovare in commercio e apprezzare anche cognac centenari come per esempio il Rouyer Guillet reserve de l’ange 1865 Vintage. Vi sono alcune famiglie che si tramandano di generazione in generazione i segreti per la realizzazione del cognac perfetto. Tra le più famose quella fondata da Jean Grosperrin e quella creata dall’irlandese Jean Hennessy nel 1745 e ora tra i marchi maggiormente distribuiti al mondo.

 

Lotto 2327, Delord Bas Armagnac Reserve, 1893. Base d’asta € 1.800

Se il cognac viene definito dagli estimatori come il distillato di seta, l’armagnac è il velluto. Riconosciuto come il distillato più antico della Francia, le sue doti terapeutiche vengono, infatti, citate per la prima volta in un documento risalente al 1310 ad opera di un abate del monastero di Eauze, nel cuore del territorio di produzione.

Territorio piccolissimo, dato che le zone di provenienza riconosciute sono esattamente la metà di quelle del cugino settentrionale:

  • il Bas Armagnac, un territorio caratterizzato da terreni silici e sabbiosi, l’armagnac della zona ha una maggiore finezza e toni floreali ed è quello più pregiato
  • Tenareze, dove i distillati hanno un vago sentore di violetta e per alcune caratteristiche organolettiche sono destinati a lunghi periodi di invecchiamento
  • l’Haut- Armagnac, da cui provengono i distillati meno pregiati

La vera differenza con il cognac è la tipologia di distillazione utilizzata nella produzione. Se infatti per questo era di tipo discontinuo, per l’armagnac è continuo grazie all’utilizzo di alambicchi a colonna in rame a ripiani. Da qui si desume come il mosto subisca un singolo processo di riscaldamento e “purificazione” prima di andare a riposare per almeno tre anni in grandi botti, in questo caso, di quercia.

Lotto 2326, Darroze La Bataille Bas Armagnac, 1945. Base d’asta € 250

Al termine del processo di distillazione la gradazione alcolica è compresa tra i 52° e i 60°, molto più bassa che nel caso del cognac, permettendogli di mantenere in maniera più definita i sentori delle sostanze aromatiche che lo compongono. Questa sua caratteristica consente la commercializzazione di una tipologia di armagnac che potremmo definire in purezza, con la medesima gradazione alcolica di quando esce dalla botte dopo l’invecchiamento: tra i 45° e i 49°, detta Brut de Fût, una delle più pregiate e ricercate dagli intenditori.

A differenza del cognac, quindi, non sempre l’armagnac è il prodotto di un unico blend e per questo capita di vedere bottiglie che riportano l’annata di produzione oltre alle diciture di classificazione:

  • Trois Etoiles, VS, con invecchiamento in bottiglia di almeno un anno
  • VO, VSOP, Réserve, con invecchiamento di almeno quattro anni
  • Extra, Hors d’age, Napoleon, XO, Vieille Reserve, invecchiate almeno cinque anni

L’armagnac ha continuato a mantenere nei secoli un’artigianalità nella produzione che non ne ha concesso una commercializzazione di tipo industriale. Sono perfetto esempio di questo alcune realtà locali, come quella dei Delord, distilleria fondata nel 1893 da Prosper e le cui tecniche di creazione dell’armagnac sono state tramandate di generazione in generazione rimanendo di fatto immutate o i prodotti a marchio Darroze.

Lotto 2337, Delord Bas Armagnac Reserve Magnum, 1962. Base d’asta € 400

Dopo aver conosciuto le origini e le caratteristiche di cognac e armagnac non ci rimane che concedercene una degustazione: bottiglia a temperatura ambiente con cui riempire per un terzo un calice a tulipano… ora permettiamo a tutte le fragranze di questi distillati di esploderci in bocca.

Catalogo online

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Le 13 opere di Palazzo Torlonia in un’asta a tempo

Un unico lotto per i dodici affreschi e le due formelle in gesso riconosciuti di eccezionale interesse storico-artistico e che, proprio per la loro importanza, verranno offerti in asta senza alcuna commissione d'acquisto.

SCUOLA ITALIANA SECOLO XIX (tradizionalmente attribuito ad Alessandro Bombelli) - La Geografia (dettaglio)

I dodici affreschi e le due formelle in gesso, provenienti dal demolito palazzo Torlonia in piazza Venezia a Roma, sono stati riconosciuti di eccezionale interesse ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettere d) ed e) D.Lgs. n. 42/2004 e pertanto soggetti ad avvio di procedimento di notifica in blocco da parte della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma in una comunicazione alla casa d’aste, datata 22 febbraio 2021.

Le opere, offerte nell’asta Incanti d’arte dello scorso 23 febbraio, sono state ritirate dalla vendita a seguito della notifica ministeriale e vengono ora riofferte in un’asta a tempo, esclusivamente online. Data la straordinaria rilevanza storico-artistica della serie dei beni, non verrà applicata alcuna commissione d’asta all’acquirente. La stima è di 60.000 – 100.000 € e sarà possibile fare offerte online per una settimana, fino a giovedì 11 marzo alle ore 14.

La storia degli affreschi di Palazzo Bolognetti-Torlonia

Facciata di Palazzo Torlonia

Facciata di Palazzo Torlonia

Nel XIX secolo, Palazzo Bolognetti-Torlonia in Piazza Venezia dove oggi sorge il Vittoriano, era considerato uno dei luoghi più vivaci di Roma: acquistato nel 1807 da Giovanni Raimondo Torlonia, nobile e banchiere italiano, divenne in breve uno dei palazzi più amati dal bel mondo romano, nonché scrigno di opere d’arte e decorazioni eseguite dai migliori nomi dell’epoca. Gioiello della corona nella collezione dei principi di origine francese era l’Ercole e Lica di Canova, capolavoro dello scultore oggi custodito presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Nel 1829, Alessandro Torlonia, il terzogenito di Giovanni, ereditò il palazzo e ordinò agli artisti più rinomati dell’epoca di cimentarsi in una tecnica in disuso da tempo, il buon fresco, per la decorazione di tutte le sale e gli ambienti dell’edificio, sotto la guida dell’architetto Giovanni Battista Caretti.

Stendhal, in visita a Roma, celebrò le decorazioni e le feste di Palazzo Torlonia nel suo Promenades dans Rome del 1829: “I balli del Principe Torlonia in Roma sono superiori a quelli che dava Napoleone I. […] I quattro lati del cortile del suo palazzo sono occupati da magnifiche gallerie che comunicano con più saloni vastissimi nei quali si balla. I migliori pittori viventi, come Palagi, Camuccini, Landi, li hanno dipinti. […] Le feste dei Torlonia sono più belle di tutte quelle dei sovrani d’Europa.” 

Agli artisti citati da Stendhal ne vanno aggiunti tanti altri, tra cui Bartolomeo Pinelli, Bertel Thorvaldsen, Francesco Coghetti, Filippo Bigioli… Le decorazioni da loro realizzate per la prestigiosa committenza finirono purtroppo in parte con l’essere distrutte assieme al Palazzo nel 1903 ma alcune di queste vennero invece salvate, come nel caso degli affreschi, che furono acquistati dall’antiquario napoletano Francesco Tancredi ed entrarono poi a far parte della collezione della contessa Amalia Canonica, amica e fidata collaboratrice di Laetitia di Savoia Bonaparte duchessa di Aosta.

Asta a tempo, fino all’11 marzo – ore 14

La rarità dell’insieme delle opere Torlonia ed il suo valore di testimonianza di un’epoca hanno contribuito ad animare l’opinione pubblica e a destare molto interesse per la vendita di Finarte.

Il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo ha giudicato di eccezionale interesse il gruppo, come riportato nella motivazione del provvedimento di vincolo del 22 febbraio 2021: “L’asta in oggetto […] riporta in luce alcuni esempi significativi [degli affreschi e dei rilievi Torlonia] che, pure nella loro frammentarietà, documentano una fase particolarmente importante della storia delle arti figurative romane del XIX secolo.”  

Nel rispetto delle scelte della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, gli attuali proprietari, a cui sono giunte per successione ereditaria le opere della contessa Canonica, hanno deciso, concordemente con la casa d’aste, di offrirle il lotto unico al pubblico incanto.

Partecipa all’asta

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Palazzo Bolognetti-Torlonia, lo scrigno di opere d’arte del bel mondo romano

Nell'800, Palazzo Bolognetti-Torlonia divenne uno dei luoghi più vivaci di Roma e furono numerosi i grandi artisti che ne decorarono le sale. Un significativo nucleo di affreschi provenienti dal palazzo andrà in asta il prossimo 23 febbraio in occasione di Incanti d'Arte.

Piazza Venezia, dominata dalla mole del Vittoriano, è senza dubbio uno dei luoghi rappresentativi di Roma. Liberata dall’ombra delle adunate di fronte al balcone di Palazzo Venezia il suo fulcro visivo è tornato l’Altare della Patria e l’antistante crocevia di ben cinque strade e tre rioni. È stata immortalata in innumerevoli pellicole italiane e internazionali, a partire da Vacanze Romane, forte di una prospettiva ariosa e monumentale che ne fa una delle piazze più ampie del centro storico.


 

Eppure, l’aspetto di questa piazza è relativamente recente e dovuto proprio all’erezione del Vittoriano, che con le sue proporzioni maestose richiese un adeguato spazio di rispetto. Così Giuseppe Sacconi, architetto dell’Altare della Patria, predispose un sostanziale ampliamento e rimaneggiamento della piazza preesistente. Un intervento che, come tanti altri realizzati a seguito della trasformazione di Roma in capitale del Regno d’Italia, mutò per sempre l’aspetto dell’area, cancellandone però purtroppo anche parte delle stratificazioni storiche. E proprio quest’anno, il 4 novembre prossimo, ricorrerà il Centenario del Milite Ignoto.

 

Uno scorcio da Piazza Venezia, guardando verso l'Altare della Patria da Nord-Ovest - via Wikipedia

Uno scorcio da Piazza Venezia, guardando verso l’Altare della Patria da Nord-Ovest – via Wikipedia

A fare le spese di questa revisione urbanistica furono diversi palazzi dalla lunga tradizione, come la Casa di Giulio Romano, principe dei discepoli di Raffaello, in via Macel de’ Corvi 88 o come quello dove visse e morì Michelangelo nell’adiacente e ormai scomparsa Piazza Macel de’ Corvi.

Ma la “vittima” forse più clamorosa fu il seicentesco Palazzo Bolognetti-Torlonia: acquistato da Giovanni Raimondo Torlonia nel 1807 era divenuto, proprio sotto la nobile famiglia, uno dei luoghi più vivaci del bel mondo romano nonché scrigno di opere d’arte e decorazioni eseguite dai migliori nomi. Gioiello della corona nella collezione dei principi di origine francese era l’Ercole e Lica di Canova, capolavoro dello scultore oggi custodito presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Esposta in una galleria al primo piano progettata dal Canova stesso, che predispose anche le illuminazioni più adatte, la scultura rappresentava un primo, eccezionale assaggio alla collezione.

Facciata di Palazzo Torlonia

Facciata di Palazzo Torlonia

Giovanni Torlonia e il figlio Alessandro che ereditò il palazzo nel 1829 vollero infatti che la loro residenza fosse arredata e decorata con uno sfarzo e un lusso pari solo a quello dispiegato nelle loro invidiate e frequentatissime feste. Stendhal, in visita a Roma, celebrò entrambe nel suo Promenades dans Rome del 1829:

I balli del Principe Torlonia in Roma sono superiori a quelli che dava Napoleone I. […] I quattro lati del cortile del suo palazzo sono occupati da magnifiche gallerie che comunicano con più saloni vastissimi nei quali si balla. I migliori pittori viventi, come Palagi, Camuccini, Landi, li hanno dipinti. […] Le feste dei Torlonia sono più belle di tutte quelle dei sovrani d’Europa.

Agli artisti citati da Stendhal ne vanno aggiunti tanti altri, tra cui Bartolomeo Pinelli, Bertel Thorvaldsen, Francesco Coghetti, Filippo Bigioli… Le decorazioni da loro realizzate per la prestigiosa committenza finirono purtroppo in parte con l’essere distrutte assieme al Palazzo e, qualora salvate appena in tempo dalle demolizioni, disperse.

Interni di Palazzo Torlonia

Interni di Palazzo Torlonia

Appare quindi particolarmente interessante e significativo il nucleo consistente di affreschi staccati provenienti da Palazzo Bolognetti-Torlonia che Finarte offrirà all’interno dell’asta Incanti d’Arte il 23 febbraio. Affreschi opera fra gli altri di Coghetti e Bigioli che nei primi del ‘900 entrarono a far parte della collezione della contessa Amalia Canonica, che fu amica e fidata collaboratrice di Laetitia di Savoia Bonaparte, duchessa di Aosta.

Francesco Coghetti "Mercurio trasporta in cielo Psiche", affresco riportato su tela, senza cornice cm 294,5 x 163

Lotto 12, Francesco COoghetti, Mercurio trasporta Psiche sull’Olimpo. Stima € 5.000 – 8.000

Non a caso nella Capitale all’aristocrazia romana, strettamente legata al papato, si sostituì proprio a inizio XX secolo quella legata al Regno d’Italia e ai Savoia, come testimoniano appunto le vicende di Piazza Venezia. Gli affreschi staccati dalle pareti del Palazzo si affiancano così ad arredi e dipinti acquistati direttamente dalla contessa, come le opere di Paolo Gaidano, pittore che di donna Amalia condivideva le origini piemontesi. Gaidano realizzò per la contessa degli affreschi per il santuario del Sacro Cuore a Bussana, vicino Sanremo, di cui verranno presentati in asta alcuni cartoni.

Lotto 38, Paolo Gaidano, Angelo con la Veronica; Angelo con grappolo d’uva; Angelo con la Croce; e Angelo con spighe. Stima € 500 – 1.000

L’asta di Incanti d’Arte si viene così a configurare, grazie alla collezione Canonica, come testimonianza di questa ideale continuità di gusto e amore del bello, di vicende private e Storia, tradizione sabauda e romana.

Catalogo online

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Gli smeraldi, pietre uniche che si adattano perfettamente a ogni gioiello

Finarte, grazie ai suoi esperti, certifica la qualità delle pietre e dei gioielli in asta e lo dimostrano gli ottimi risultati raggiunti da alcuni pezzi con smeraldi di altissimo pregio.

Nel 1984, un giovanissimo Michael Douglas impersonava l’avventuriero alla ricerca di una fantomatica pietra verde e, alla fine della pellicola e dopo mille peripezie, oltre all’agognato minerale conquistava il cuore della bella scrittrice di romanzi interpretata da Kathleen Turner. Il film era All’inseguimento della Pietra Verde, primo della fortunata trilogia di Robert Zemeckis. In questo film si evince una cosa: a essere preziosi non sono solo i diamanti. L’elemento scatenante di tutta l’avventura era, infatti, uno smeraldo di dimensioni spropositate.

La pietra verde per antonomasia è conosciuta e apprezzata da secoli. Ad esempio, miniere storiche situate in Egitto permettevano a Cleopatra di adornarsene e di farne dono con la sua immagine scolpita ai suoi più alti dignitari.

Per il buddismo il minerale è la perfetta rappresentazione della saggezza, dotato di particolari poteri rilassanti legati alle sue mille sfumature di verde.

Smeraldi (foto via <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Smeraldo" target="_blank">Wikipedia</a>- Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported)

Smeraldi (foto via Wikipedia– Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported)

Tecnicamente lo smeraldo è una pietra ascrivibile alla famiglia dei berilli, da cui si discosta solamente per la presenza, nella sua composizione, di un’impurità, il cromo, che poi è proprio l’elemento chimico che ne determina la particolare colorazione.

Gli smeraldi sono unici, non ne troverete mai due uguali. Questo a causa dei particolari processi geologici che sono alla base della loro creazione, che forzando la coesistenza di elementi normalmente non compatibili tra loro, determinano la presenza di inclusioni e fratture. Imperfezioni dalle particolari forme che ricordano delle piante e che vengono comunemente definite jardin.

Giardini virtuali che per lo smeraldo sono determinanti per svariati motivi. Innanzitutto, perché la loro maggiore o minore presenza e, di conseguenza, la trasparenza della pietra influiscono sulla sua qualità. Nella formula, più alto e uniforme è il grado di trasparenza, maggiore è il valore.

In secondo luogo, dalla forma di queste “imperfezioni” è possibile risalire alla regione di provenienza. Ad esempio, le pietre più belle e dal colore più puro e brillante sono originarie della Colombia, ma centri di produzione sono situati anche in Brasile, in Pakistan e più recentemente in Africa, nelle regioni dello Zimbabwe e dello Zambia.

Infine, il jardin determina anche il taglio e la lavorazione della pietra. Il taglio classico, infatti, a gradini con forma rettangolare, quadrata o ottagonale, è stato ideato proprio per ridurre al minimo le interferenze delle imperfezioni nella visione della pietra ed esaltarne le peculiarità tonali alla luce.

Spesso, per migliorarne l’aspetto, queste bellissime pietre possono essere sottoposte a trattamenti a base di oli naturali o sintetici per colmare le fratture presenti; interventi che devono essere obbligatoriamente reversibili e non coloranti per non alterare le caratteristiche naturali.

Finarte, grazie ai suoi esperti, è la prima a certificare la qualità degli smeraldi e gioielli proposti in asta.

Lo dimostrano gli ottimi risultati raggiunti nell’asta dell’autunno scorso da alcuni pezzi con degli smeraldi di altissimo pregio. Ad esempio, il lotto 674: orecchini in oro bianco, diamanti e smeraldi colombiani di ct 17,68 e 17,32 venduti per € 49.800; o il lotto successivo, il 675, un anello in oro bianco abbellito da uno smeraldo colombiano di taglio quadrato a gradini di ct 15,23 venduto a € 23.800.

Lo smeraldo è una pietra che si adatta perfettamente a ogni tipologia di gioiello, che sia anello, spilla o collana, come ad esempio quella al lotto 714 in oro, diamanti taglio brillante e tre gocce cabochon di smeraldo venduta a € 15.100.

Questo perché se un diamante è per sempre, leggenda vuole che lo smeraldo sia la pietra dell’amore e che sia sufficiente bisbigliargli il nome della persona desiderata per conquistarla. Provare per credere… o, nel peggior dei casi, consolarsi con un bellissimo gioiello con smeraldo.

Vendi con noi

Il dipartimento sta selezionando beni preziosi da includere nelle prossime aste. Gli esperti sono disponibili su appuntamento, per stime e consulenze gratuite e confidenziali.

Il lato nascosto di Mario Schifano

Nel suo atelier di Via delle Mantellate a Trastevere, Mario Schifano dedicò una parete al free climbing, personalizzandola con la sua pittura e trasformandola così in una vera e propria opera d’arte. Quella parete di sei metri, che rivela un lato poco conosciuto dell'artista, andrà in asta il prossimo 18 dicembre a Roma.

Ricercando online i ritratti fotografici di Mario Schifano si vede comparire un uomo magro e slanciato, di media altezza, dalla fronte alta con un ciuffo di capelli che, con l’avanzare degli anni, cresce smisuratamente, forse per nascondere una calvizie anche lei in divenire. Pochi sorrisi tiratissimi e forzati, ma uno sguardo perennemente malinconico che buca lo spettatore, sembra quasi pretendere anche da noi che l’osserviamo dopo anni delle scuse per averlo interrotto nella sua pratica più amata: la pittura.

Comprensibilmente irritato quando, come afferma il critico d’arte Flaminio Gualdoni, nelle sue vene non scorreva sangue ma colori. L’immagine di un uomo “normale” che riusciamo a raffigurarci sempre e solamente nel suo studio a dipingere.

Quindi grande è lo stupore nel vedere alcune fotografie, proprio del suo studio, con una parete da free climbing montata a testimoniare un lato inaspettato di Mario Schifano, quello sportivo e appassionato di arrampicata. Sicuramente questo lato “nascosto” non avrebbe creato nessuna reazione in Goffredo Parise e Enzo Siciliano, i due scrittori amici dell’artista che lo descrivevano spesso come “un piccolo puma” e “un gatto smorfioso”, dotato dunque di quell’agilità nervosa alla base proprio di quest’attività sportiva.

Lo studio di Mario Schifano in via delle Mantellate con la parete

Una parete da free climbing di sei metri personalizzata dallo stesso Schifano che l’ha resa, così, una vera e propria opera d’arte, come tutto quello che passava sotto la combinazione del suo estro creativo e delle sue mani. Quale soggetto migliore allora se non la raffigurazione di un paesaggio montano o il ritratto “anemico” di una montagna dettati dalla propria memoria: due casette dal tetto rosso sorgono alla base di una cima altissima e innevata, la prima ha delle ampie vetrate per godere del paesaggio. Alla sua sinistra uno strano tondo giallo con al suo interno dei pois azzurri più piccoli, un gioioso cespuglio fiorito.

 

Una pittura all’apparenza elementare, quasi fanciullesca, dotata però di una forza unica che non può lasciare indifferenti nella sua capacità di comunicare l’essenza stessa delle cose e per questo comprensibile da ogni essere vivente sul pianeta e che ha caratterizzato la sua produzione fin dagli esordi alla fine degli anni Cinquanta. Una qualità unica nelle opere di Mario Schifano, un pittore sicuramente non per necessità ma per vocazione e istinto naturale.

MARIO SCHIFANO, Parete per Free climbing, 1993

Partecipando il 18 dicembre all’asta di Moderno e Contemporaneo di Finarte e aggiudicandovi questa parete da free climbing del 1993 non entrereste, quindi, in possesso solamente di un’opera di Mario Schifano, ma anche di un vero e proprio “pezzo” della sua vita.

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Asta di Arte Moderna e Contemporanea: 7 capolavori su cui investire

Dalla figura umana al concettuale, dall’optical art al graffittismo, l’asta di Arte Moderna e Contemporanea è pronta a soddisfare ogni vostro desiderio da collezionisti.

Che amiate la figurazione o l’astrazione, che collezionate dipinti o sculture, l’asta di Finarte di domani 22 ottobre 2020 è l’occasione giusta per far entrare un nuovo capolavoro dell’arte nelle vostre case.


Lotto 1
MARIO SIRONI, Due figure

Ampia e varia la scelta di opere: a partire dal lotto numero 1, Due figure di Mario Sironi, una tecnica mista su carta applicata su tela, è un susseguirsi di maestri e di movimenti artistici italiani e internazionali, un vero e proprio spaccato della Storia dell’arte.

Scheda completa dell’opera

STIMA € 1.500 – 2.000


Lotto 19
ANTONIO CALDERARA, Carmela

 

Tra le opere ne spiccano alcune, come Carmela al lotto 19, un olio su tela di Antonio Calderara (€12.000-14.000). Un intenso ritratto della moglie realizzato da uno dei maestri dell’astrazione italiana, famoso per i suoi monocromi e i dipinti tono su tono dalle tinte pastello, che dimostra in quest’opera di conoscere a fondo le lezioni del realismo.

Scheda completa dell’opera

STIMA € 12.000 – 14.000


Lotto 91
LUCIO FONTANA, Crocifisso

 

Non ha bisogno di presentazioni Lucio Fontana, artista acclamato a livello internazionale, la cui rivoluzione in campo pittorico a base di “tagli” è nelle pagine di tutti i manuali d’Arte. Al lotto 91 troviamo un suo Crocifisso in ceramica del 1951 (€ 60.000-80.000). Come in pittura, anche in scultura l’artista ha saputo trovare una propria via di ricerca in cui la creta sembra essere modellata per strappi, in un unico gesto violento e immediato. Le immagini, pur essendo perfettamente riconoscibili, risultano quindi nella loro essenza e linee di forza.

Scheda completa dell’opera

STIMA € 60.000 – 80.000


Lotto 106
ARNALDO POMODORO, Sfera

 

Da un artista a tutto tondo a uno scultore che ha fatto del bronzo la sua materia d’eccellenza, al lotto 106 ci accoglie Arnaldo Pomodoro con una delle sue famose Sfere, datata 2003-2004 e stimata € 180.000-220.000, ha un diametro di cm 40 e racchiude in sé la bellezza di tutte quelle opere monumentali dell’artista che adornano tante piazze e angoli del mondo da Milano a Honolulu, da Chicago a San Paolo del Brasile. Pomodoro squarcia la superficie di una sfera perfetta per mostrarcene i suoi meccanismi interni e le sue architetture. Ci insegna che dietro ogni cosa, anche la più semplice, si può nascondere molto altro: la complessità del mondo.

Scheda completa dell’opera

STIMA € 180.000 – 220.000


Lotto 169
VICTOR VASARELY, FFIA

Le geometrie interne della sfera di Pomodoro sembrano essere poi fuoriuscite per andare a depositarsi sul lotto 169, FFIA di Victor Vasarely (€ 30.000-40.000). Un collage del 1964 in cui uno dei padri fondatori dell’Op Art riflette sull’interazione tra loro di colori come il rosso, il verde, il lilla, l’azzurro, ecc… con 289 combinazioni diverse. Duecentoottantanove percezioni differenti per occhio. Un’opera che per volere del suo autore non vuole essere solo bella ma anche scientificamente ineccepibile e utile per lo studio delle cromie.

Scheda completa dell’opera

STIMA € 30.000 – 40.000


Lotto 205
GIANFRANCO BARUCHELLO, Ma se persino l’ossimoro!

Al lotto 205 ci accoglie l’affermazione Ma se persino l’ossimoro! di Gianfranco Baruchello, una tecnica mista su alluminio del 1969 (€ 6.000-8.000). Un’opera riconoscibilissima dell’autore toscano, fatta di micro disegni, parole, linee e frecce; diagrammi che dialogano tra loro e che sembrano essere una trasposizione diretta del flusso di coscienza e pensieri dell’artista e delle sue riflessioni sulla società e le sue componenti. Immagini che a volte appaiono discordanti tra loro ma che, d’altronde, Baruchello stesso ci invita nel titolo a leggere come ossimori: figure retoriche per cui vengono accostate due parole che esprimono concetti contrari. I quadri di Baruchello sono come tavole didattiche, opere di un artista “maestro”.

Scheda completa dell’opera

STIMA € 6.000 – 8.000


Lotto 205
SALVO, Ottomania

Se Baruchello astrae il mondo nelle sue componenti, l’artista siciliano ma torinese d’adozione Salvo nei suoi dipinti astrae angoli di mondo come Ottomania al lotto 236 (€ 8.000-12.000).

Un olio su tela in cui è raffigurato un edificio orientaleggiante circondato da alberi dalle forme sinuose su un terreno vista mare. Sicuramente non un paesaggio reale, l’artista nato come concettuale applica alla pittura le stesse ricerche che aveva intrapreso nel linguaggio, regalandoci quindi non un’immagine ma un’idea.

Scheda completa dell’opera

STIMA € 8.000 – 12.000


Catalogo completo

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Un’opera iconica di Obey in asta il 22 ottobre da Finarte

Mercoledì 21 ottobre 2020 dalle 17:00 alle 20:00, St Mark's Square Venice di Obey sarà visibile, su appuntamento, presso la sede milanese di Via Paolo Sarpi 6

Come ci sono artisti e artisti, allo stesso modo esistono graffitisti e graffitisti. Se osservando i lavori di uno dei primi e massimi esponenti del graffitismo, Keith Haring,  ci si rende conto che i suoi “nuclear boys” sono il gesto liberatorio e immediato di un genio del disegno che con i suoi dinamici personaggi ha deciso di condividere con il mondo un po’ della sua gioia di vivere e spensieratezza liberandoli nelle metropolitane, nelle periferie e nei palazzi del mondo.

Guardando le opere di un altro maestro dell’arte di strada come Shepard Fairey, conosciuto anche come Obey, appare evidente come le sue opere siano invece profondamente studiate e meditate con moltissimi riferimenti culturali, dalla storia dell’arte alle dinamiche del mondo della comunicazione. Innanzitutto, la scelta della tecnica dello stencil e del manifesto per i propri interventi, che per volontà dell’artista americano vuole rimandare sia alla cartellonistica pubblicitaria che all’uso che ne hanno fatto spesso i regimi per la divulgazione delle proprie ideologie. 

Obey si appropria dell’estetica e dei soggetti di questi materiali e li fa propri con dei minimi interventi per capovolgerne letteralmente il messaggio. Un esempio perfetto è la guerrigliera vietnamita, soggetto utilizzato spesso dall’artista, che se all’origine poteva essere un invito ad arruolarsi imbracciando le armi, nelle opere dello Street Artist, con quella rosa rossa che sbuca dalla canna del fucile, diviene invece un messaggio di pace.

Immagine iconica di Obey che è presente anche in St. Mark’s Square Venice, monumentale opera (quasi 6×9 metri) che verrà battuta all’asta il prossimo 22 ottobre.

Realizzata da Obey nel 2009 su invito della SMS Venice Foundation per una raccolta fondi per la salvaguardia del patrimonio artistico e architettonico della città lagunare ed esposta su un’impalcatura a Piazza San Marco – da cui il titolo – l’opera racchiude in sé tanti degli elementi della poetica dell’artista.

Oltre alla “soldatessa” compare, infatti, in primo piano un’altra delle figure preferite dall’artista: l’attivista degli anni Settanta, Angela Davis, famosa, oltre, che per la sua capigliatura a “casco”, per il suo impegno per il riconoscimento dei diritti degli afroamericani.

Sullo sfondo invece, in dimensione ridotta, altri famosi manifesti dell’artista: dalle tre braccia con mitragliatori inneggianti al cielo con rose nella canna alla donna velata, da POWER & EQUALITY a Andre the Giant, ritratto del famoso wrestler e primo soggetto di successo nelle affissioni di Obey.

Un artista di “strada” colto che non solo cita personaggi e iconografie della storia moderna, ma che per l’estetica della propria opera fa suoi gli insegnamenti dei costruttivisti russi come El Lissitzky, basati sull’uso del rosso e del nero, linee semplificate e campiture piene.

Come si suol dire: “Il fine giustifica i mezzi” e Fairey ne fa suoi molti per riuscire a raggiungere più persone possibili e trasmettere i suoi messaggi di pace e uguaglianza.

Come sempre “PEACE & LOVE”.


“St Mark’s Square, Venice”: l’esposizione esclusiva dell’iconica opera di Obey

L’opera St. Mark’s Square di Obey, realizzata per Piazza San Marco, andrà in asta il 22 ottobre. Vi offriamo l’occasione imperdibile di vederla in anteprima gratuitamente mercoledì 21 ottobre 2020 dalle 17:00 alle 20:00 (ma solo su appuntamento).

Arte Moderna e Contemporanea: Finarte inaugura la stagione di aste del settore

Presenti in catalogo oltre 270 lotti tra dipinti, sculture e disegni, eseguiti tra i primi anni del novecento ai giorni nostri.

LUCIO FONTANA, Crocifisso (dettaglio), 1951, Stima € 60.000 - 80.000

A Milano il 22 Ottobre 2020 Finarte inaugurerà con una importante asta di Arte Moderna e Contemporanea il ciclo delle Aste dedicate al settore per la stagione Autunno/Inverno 2020/2021.

Nella sezione dedicata agli Artisti di inizio secolo, si segnalano alcune importanti opere dei nostri Maestri più rinomati, come il suggestivo dipinto di Lorenzo Viani, gli Ossessi (I minatori), opera eseguita tra il 1908 e il 1909 con forti richiami al mondo simbolista ed espressionista d’oltralpe, un olio su tavola, cm 60×65, stimato € 10.000/15.000 (lotto n.29) ed un’audace tela di Virgilio Guidi, di gusto secessionista, appartenente al suo primo periodo, Dama dal mantello nero, del 1914, olio su tela, cm 130×100, stimata € 30.000 – 50.000 (lotto n.31).

Sempre tra i dipinti, dopo il successo dello scorso 28 maggio per Finarte nella vendita di Roma, con la sua opera Affetti (bozzetto) del 1910, la cui aggiudicazione ha sfiorato i 100mila euro, si segnala un dipinto di Giacomo Balla, Villa Borghese – Erma a Parco dei Daini, degli Anni ‘ 20, olio e sabbia su cartone applicato su tavola, cm 49,6x 75, valutato € 35.000/40.000 (lotto n.22), che testimonia, anche nell’utilizzo dei materiali, la grande modernità del suo autore. Per gli appassionati di scultura, sarà presentata un’opera importante di Arturo Martini, Marinella, una terracotta, esemplare unico, del 1921, esposta alla terza biennale di Roma del 1925, proposta in vendita per € 35.000/40.000 (lotto n.35).

Per gli amanti delle opere su carta, spesso preziose testimonianze delle prime idee all’origine di grandi capolavori, sarà inoltre posto all’incanto uno Studio per La città sale, di Umberto Boccioni, disegnato al recto e al verso, esposto al MoMa di New York e pubblicato sui volumi più prestigiosi dedicati all’artista, eseguito a matita su carta nel 1910, proveniente dalla illustre collezione Winston -Malbin, passato poi dalla raccolta di Gianni Manzo in mani private e stimato € 50.000/70.000 (lotto 30).

UMBERTO BOCCIONI, Studio per La città sale, 1910, Stima € 50.000 – 70.000

Al centro della sessione dell’importante vendita, spicca per il suo particolare interesse storico, artistico e simbolico una ceramica smaltata a lustro e dipinta in bianco, grigio e rosso con lumeggiature oro, di Lucio Fontana, raffigurante Cristo, datata 1951 e proveniente da una collezione privata lombarda, proposta per € 60.000 – 80.000 (lotto n.91).

LUCIO FONTANA, Crocifisso, 1951, Stima € 60.000 – 80.000

Tra gli artisti che hanno fatto proprie le poetiche del Segno e del Gesto, si segnalano i lavori di Emilio Vedova, presente con una Composizione del 1983, tecnica mista su carta intelata, stimata € 30.000/50.000 (lotto n.93) e di Hans Hartung, in asta con, acrilico e inchiostro su cartone, datato 1967 con stima € 25.000/35.000 (lotto n.107). All’incanto anche un corpus di opere di Bruno Munari tra cui la geniale Macchina inutile, del 1956, scultura in alluminio, smalti e fili di nylon, in asta per € 25.000 – 35.000 (lotto 163).

Top lot indiscusso dell’asta, l’iconica scultura di Arnaldo Pomodoro Sfera, eseguita negli anni 2003-2004, in bronzo, 40 cm di diametro, stimata € 180.000 /220.000 (lotto n.106).

ARNALDO POMODORO, Sfera, 2003-2004, Stima € 180.000 – 220.000

Notevoli inoltre, alcune opere di diversi artisti, tutte realizzate negli Anni ’60 come la peculiare tela di Paolo Scheggi, Per una situazione, 1964, acrilico bianco su tre tele sovrapposte, cm 40x50x6, stimata € 80.000/120.000 (lotto n.157); quella di Agostino Bonalumi, Rosso, del 1964, tela estroflessa e tempera vinilica, cm 45×55, stimata € 40.000/60.000 (lotto n.168) e poi un collage optical di Victor Vasarely, FFIA del 1964, cm 51×51, stimato € 30.000/40.000 (lotto n.169) e una coloratissima scultura di Joe Tilson, Reflector Ziggurat Spectrum B, del 1966, in acrilico, poliuretano, legno e acciaio inossidabile, cm 35,5x33x35,5 (lotto n.208).

Per gli appassionati di Teatro si segnalano anche l’interessante lavoro di Carlo Carrà, Schizzo per la scena della Boheme, una tempera su carta del 1934 (lotto n.3), ed un raro lavoro di Ellsworth Kelly, Decor for “Tablet”, 1958, bozzetto per il Fondale del balletto d’avanguardia Tablet, di Paul Taylor, messo in scena nel 1960 al Festival dei Due Mondi di Spoleto con i ballerini Pina Bausch e Dan Wagon, stimato € 30.000/40.000 (lotto n.179).

Quasi al termine della tornata di vendita, sarà posta all’incanto un’opera di dimensioni ciclopiche di Obey, all’anagrafe Frank Shepard Fairey, St. Mark’s Square, Venice, 2009, tecnica mista (stencil, serigrafia e collage di carta stampata e dipinta, cm 587×956, realizzata ed esposta a Venezia nel 2009, ora in collezione privata, stimata € 50.000/70.000 (lotto 267).

SHEPARD FAIREY – OBEY, St. Mark’s Square, Venice, 2009, Stima € 50.000 – 70.000

 

In concomitanza con l’esposizione, il 18 ottobre 2020 dalle ore 9.00 alle ore 14-14.30, Finarte in collaborazione con la Fondazione IEO-CCM dell’Istituto Europeo di Oncologia e del Centro Cardiologico Monzino, terrà un evento di beneficenza. Con una donazione da effettuare preventivamente attraverso il sito della Fondazione, sarà possibile essere immortalati dall’obiettivo di Francesco Rocco, nello scenario temporaneo e irripetibile della esposizione dell’asta, allestita negli spazi della sede di Finarte a Milano, in via Paolo Sarpi.

 

Catalogo completo

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