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Opere dalla collezione di Bruno Mantura

martedì 23 marzo 2021 • Roma

107

Adolfo de Carolis

(Montefiore dell'Aso 1874 - Roma 1928)

"Me lumen vos umbra regit", 1903 circa

Stima

€ 500 - 800

Lotto venduto

€ 1.088

I prezzi di vendita comprendono i diritti d'asta

Informazioni

carboncino e biacca su cartoncino
cm 26,5 x 35,5

Educatosi sul modello preraffaellita e morrisiano, e convinto sostenitore dell'idea dell'artista dispensatore della bellezza, Adolfo De Carolis fu pittore, incisore e illustratore con predilezione per i generi destinati a una larga fruizione, dal grande formato (la decorazione murale) al formato ridotto (l'illustrazione del libro). Trasferitosi a Roma nel 1892, si lega al gruppo costiano In Arte Libertas e collabora alla rivista "Il Convito", alternando la pittura di paesaggio con lavori di soggetto storico e mitologico in cui, dalle preziose cadenze preraffaellite e liberty degli esordi, l'artista volgerà, alla fine del primo decennio del secolo, verso un registro eroico, classicista e monumentale.

L'opera è uno studio in relazione con il quadro noto con il titolo Venere e Adone (1903 circa, collezione privata), il cui bozzetto è conservato alla Galleria d'arte moderna di Roma Capitale [1]. In un articolo pubblicato nel 2015 sul "Bollettino dei musei comunali di Roma" [2] Bruno Mantura, partendo dallo studio di questo foglio, poneva in discussione il titolo del dipinto che, di fatto, compare per la prima volta come Venere e Adone solo nella due mostre postume in cui il bozzetto venne esposto, quella con introduzione di Angelo Conti all'Accademia di San Luca e quella organizzata da Michele Biancale alla Galleria Scopinich di Milano, entrambe del 1929 [3].Protagonista dell'opera è, sul lato sinistro, una figura femminile panneggiata, chiaramente una Venere che, col capo avvolto di colombe, tradizionali attributi della dea, ben rese nel disegno con veloci tratti di biacca, avanza maestosa fiancheggiata da due leoni e ammirata da una donna seduta in basso. L'accompagna una figura maschile, che nel bozzetto a olio alza una coppa in una sorta di offerta alla dea, mentre alle sue spalle  si svolge un corteo con un amorino alato seguito da altre figure le quali, sempre nell'opera delle collezioni comunali, appaiono panneggiate di bianco. Sul lato destro, un gruppo di cinque donne diversamente atteggiate si ritraggono al passaggio del corteo con l'eccezione di una, la cui fiera avanzata è tuttavia frenata dal movimento opposto delle altre. Come sottolineato da Mantura, nulla sembra ricondurre al mito di Venere e Adone, tradizionalmente raffigurato con Venere che cerca di trattenere Adone dal partire per la caccia fatale, o con la dea in lacrime sul corpo trafitto dell'amato. Inoltre, difficilmente può essere riconosciuto come Adone l'uomo che alza la coppa: sulla base della xilografia Eros di De Carolis, allegata nel 1904 alla rivista "Leonardo", che riprende il motivo delle due figure in cammino, esso sembrerebbe piuttosto da identificare con il mitico dio dell'amore, figlio della dea. Non è quindi da escludere che nel titolo, dato postumo, sia stato confuso Amore con Adone. La chiave di lettura dell'opera appare invece chiaramente nell'iscrizione Me lumen vos umbra regit (a me guida la luce, a voi l'ombra), presente nel disegno ma assente nella sua traduzione ad olio. Si tratta di un'iscrizione ricorrente nelle meridiane dal medioevo in poi e che De Carolis doveva avere ben presente in quanto citata in un passo de Le vergini delle rocce di Gabriele d'Annunzio,  pubblicato a puntate nella rivista "Il Convito" nel 1895 e poi dall'editore Treves nel 1896. Nel romanzo il protagonista, il nobile Claudio Cantelmo, si trova a conversare insieme alla sensibile vergine Massimilla nei pressi di una meridiana: "Era  una piccola  eminenza  prativa, constellata  di  anemoni, quieta, a cui alcuni tassi in forma di piramidi davano quasi un aspetto cimiteriale. Nel centro una cariatide, ripiegata in modo  che  il petto  toccava  quasi le  ginocchia,  sosteneva la lastra marmorea d’un orologio solare. E quivi, come presso una mensa, stavano due sedili per una coppia di amanti che guardando l’ombra dello gnomone volessero provare la voluttà malinconica di un lento e concorde perire. Ancora scorgevasi incisa nel marmo, sotto le linee orarie, la sentenza: ME LUMEN, VOSUMBRA REGIT. - Sediamoci qui - io dissi. - È un luogo delizioso per godere il sole d’aprile e per sentir fluire la vita."[4]

Alla luce di questo passo, è evidente come De Carolis, che con d'Annunzio aveva iniziato nel 1901  un fecondo rapporto di collaborazione come scenografo, costumista e illustratore, abbia voluto in forma di libera allegoria dare immagine alla dicotomia sole/ombra come emblema del ciclo di vita e morte:  il sole come vita che muove l'orologio, l'ombra che provoca il "perire", dove a personificare la luce è una Venere che, affiancata dai leoni, tradizionali attributi di Cibele, e dalle foglie di alloro, sacro ad Apollo, è probabilmente intesa nel suo senso primordiale di grande madre, espressione del ciclo naturale e cosmico di nascita e morte, quest'ultima chiaramente espressa dal ritrarsi nell'ombra delle figure sulla destra.

Come precisato da Mantura, De Carolis "ammiratore ed esecutore di molteplici commissioni dello scrittore abruzzese, affascinato dal motto, che appare staccato nell'impaginazione dal testo in un'ampia porzione vuota, come per evidenziarne la sonorità cara a D'Annunzio, sembra aver voluto sia nel disegno che nel bozzetto, or ora esaminati, dare vita e forma alla 'sentenza'. Disegno e bozzetto accentuano in senso profondo la dicotomia della composizione, si alzano verso un'idea più universale che tocca i problemi dell'essere, vita e morte" [5].In questo senso, di allegorica celebrazione della luce come vita, secondo Mantura va letto anche il dipinto Domus aurea (1906-1910 circa, Roma, Galleria d'arte moderna di Roma Capitale), dove nella terza figura da sinistra sembra essere replicata la Venere protagonista dell'opera in oggetto, ma anche, aggiungo, nei diversi dipinti che hanno la mitologica Aurora come protagonista, come I cavalli del sole (1907, Ascoli Piceno, Pinacoteca civica),  Aurora (1914 circa, Piacenza, Galleria d'Arte moderna Ricci Oddi), e Il risveglio dell'aurora (1922-23, Roma, Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea).

 

 

Sabrina Spinazzè



[1]  R. Ruscio, Venere e Adone, in Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea, Roma. Catalogo generale delle collezioni. Autori dell'Ottocento, a cura di C. Virno, Roma, Palombi, 2002,pp. 230-231 n. 451.

[2]  B. Mantura, Per il titolo di un dipinto di Adolfo De Carolis, "Bollettino dei musei comunali di Roma", 29, 2015, pp. 89-94.

[3]  Mostra postuma di Adolfo De Carolis, Milano, Galleria Scopinich, novembre 1929, p. 18 tav. 4; Esposizione romana delle opere di Adolfo De Carolis. Prefazione di Angelo Conti. Elenco illustrato delle opere, catalogo della mostra, Roma, Accademia di San Luca, aprile-maggio 1929, p. 24 n. 91.

[4]  G. d’Annunzio, Le vergini delle rocce, Roma, Il Vittoriale degli italiani, 1939 pp. 224-225.

[5]  B. Mantura, Per il titolo, cit., p.94.

Provenienza

Adriana De Carolis.

Bibliografia

B. Mantura, Per il titolo di un dipinto di Adolfo De Carolis, "Bollettino dei musei comunali di Roma", 29, 2015, pp. 89-94.

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