Shirin Neshat, l’immagine simbolica di donne complesse, fragili e ambiziose

Lo sguardo curioso, nostalgico e critico al mondo arabo della fotografa iraniana che da poco è stata anche insignita del Master of Photography Award nell’ambito del festival Photo London 2020

Shirin Neshat, Untitled, dalla serie "Women of Allah" (dettaglio), 1995


Potenza, ecco cosa comunicano a un primo sguardo le immagini di Shirin Neshat, la fotografa e regista iraniana insignita del Master of Photography Award nell’ambito del festival Photo London 2020 e recentemente protagonista dell’asta di Fotografia di Finarte con un lotto aggiudicato a € 10.139.

L’ottimo risultato è stato ottenuto con una fotografia appartenente a una delle serie più iconiche della Neshat, Women of Allah, realizzata tra il 1993 e il 1997, che potrebbe essere considerata una sorta di manifesto del suo pensiero.

Lo sguardo che la fotografa rivolge al mondo arabo è contemporaneamente curioso, nostalgico e critico, legato all’allontanamento forzato dalla terra natia, l’Iran, in seguito alla transizione dalla Persia dello Scià al regime islamico negli anni Settanta.

L’artista utilizza la sua sensibilità per studiare a distanza un mondo a cui si sente naturalmente legata e che le è nel contempo ignoto; per farlo si mette in gioco in prima persona, non è infatti un caso se la protagonista dello scatto proposto in asta sia lei stessa, in una modalità abituale nei suoi primi anni di attività.

SHIRIN NESHAT, Untitled, dalla serie "Women of Allah", 1995 - Stima € 8.000 - 12.000
Shirin Neshat, Untitled, dalla serie “Women of Allah”, 1995 – Venduto a € 10.139

La fotografia ritrae una donna velata nell’atto di accogliere tra le sue braccia un bambino, un gesto colmo di tenerezza, un’immagine di affetto, tranquillità e pace che potrebbe ricordare l’iconografia di una Madonna cristiana se non fosse per un dettaglio che attira a un secondo sguardo: un fucile ai piedi della donna che spicca in tutta la sua freddezza sulla veste bianca.

Un’immagine simbolica costruita su più livelli, come le chiavi interpretative che ci fornisce la stessa Neshat.

L’icona creata dall’artista nasce in primis dalla volontà di denunciare l’istituzionalizzazione dell’idea di sacrificio per la devozione perpetrata dagli ayatollah che, paradossalmente, vedeva coinvolte anche le donne, nonostante fossero tradizionalmente escluse dalle scelte sociali e recluse nella vita privata e domestica.

Come l’autrice afferma:

“Il tentativo di comprendere la filosofia delle donne, rispetto a chi uccide, chi si sacrifica, all’idea del terrorismo, alle donne che si sentono pronte a morire in nome di Dio”.

La rappresentazione quindi di donne complesse che sono madri e mogli, caparbie e ambiziose, che lottano ma al contempo sono fragili e vulnerabili, dallo sguardo dolce ma seducente.

Il secondo strato di contenuti in cui immergersi è il velo utilizzato nella cultura araba con la duplice funzione di proteggere la donna dal rischio di divenire oggetto e di consapevolizzare gli uomini della necessità del controllo dei loro istinti:

“non ho cercato di entrare in merito al suo aspetto politico, ma piuttosto alla sua poetica, l’idea  di guardare oltre la superficie. Come fa una donna a relazionarsi con i mutamenti del mondo esterno? Come un semplice pezzo di stoffa è realmente capace di dettare e imporre limitazioni?”

Per la Neshat il velo deve divenire una sorta di costume da super eroina, indossato da donne molto forti in contesti ostili.

Il terzo oggetto totemico è il fucile e qui la riflessione si allarga come si comprende dalle sue parole:

“Le armi rappresentano la violenza come simbolo dell’immagine stereotipata dell’Islam in Occidente”

Nata in oriente e cresciuta in occidente, la fotografa decide di affermare il proprio diritto a parlare di entrambi i mondi, denunciandone e svelandone i limiti vicendevoli.

Fin qui a parlare è il bianco e nero dell’immagine, il passaggio successivo è l’intervento diretto dell’artista sulla stampa, una serie di scritte in farsi che morbidamente si adagiano sul velo, decorandolo. Non semplici parole ma i versi censurati di poetesse iraniane contemporanee che narrano di femminilità, identità, esilio e martirio. Un tentativo di ridargli voce visivamente.

“Nelle mie opere affronto situazioni complesse, vissute da individui impegnati a combattere tirannie politiche e religiose”

Untitled, dalla serie Women in Allah, non è una semplice fotografia per chi l’ha realizzata. Non una semplice fotografia per chi la guarda. Ma un monito a non fermarsi, “la rotta attraversa i capillari della vita” come afferma Forugh Farrokhzad, una delle poetesse utilizzate dalla Neshat nelle proprie opere e che vi invitiamo caldamente a scoprire.

Risultati completi

Photographs

Milan, Tuesday 17 March 2020

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