m.MB.
Questa affascinante osella nasce in un periodo in cui Venezia si trova al centro di un duro confronto con la Chiesa di Roma. La Repubblica, gelosa della propria autonomia, aveva da sempre stabilito che anche il clero dovesse sottostare alle leggi dello Stato, una posizione che nel tempo aveva generato attriti sempre più evidenti. All’inizio del Seicento, queste tensioni si tradussero in una serie di provvedimenti volti a limitare l’influenza ecclesiastica: prima venne imposto il controllo statale sulla costruzione di nuovi edifici religiosi, poi furono bloccati i trasferimenti di beni e ricchezze verso enti della Chiesa.
A Roma, papa Paolo V interpretò queste decisioni come una sfida diretta alla sua autorità. La situazione precipitò quando un religioso veneziano venne arrestato dalle autorità civili. Il Pontefice reagì con fermezza, pretendendo l’immediata liberazione del sacerdote e l’annullamento delle leggi considerate ostili alla Chiesa. Venezia, però, non fece marcia indietro: anzi, le magistrature repubblicane rafforzarono la propria posizione procedendo all’arresto di un secondo esponente del clero, accusato di gravi reati e di comportamenti incompatibili con il suo ruolo.
Questo scontro segnò una rottura senza precedenti nei rapporti tra la Serenissima e il Papato. Paolo V rispose preparando due documenti ufficiali indirizzati al Doge, nei quali ribadiva le sue richieste e contestava il diritto dello Stato veneziano di giudicare gli ecclesiastici. Tuttavia, eventi imprevisti rallentarono il confronto: la morte del doge Marino Grimani costrinse a rimandare la consegna degli atti pontifici.
Con l’ascesa al dogato di Leonardo Donà, esperto conoscitore degli equilibri romani ma deciso a difendere l’indipendenza della Repubblica, la questione fu affrontata sul piano giuridico e politico. Il governo veneziano si affidò al parere di Paolo Sarpi, frate e studioso di grande prestigio, incaricato di valutare la legittimità delle pretese papali. Le sue conclusioni convinsero il Senato che Venezia avesse agito nel pieno rispetto delle proprie prerogative.
La risposta di Roma non si fece attendere: nel aprile del 1606 il Papa emanò un provvedimento solenne che condannava ufficialmente l’atteggiamento della Repubblica, portando lo scontro tra potere civile e autorità religiosa al suo punto più alto.