Peter Beard e la “sua” Africa

 Peter Beard è un fotografo avventuriero, probabilmente ne è il prototipo perfetto. Se Hollywood dovesse mai trarre un film dalla sua vita, affiderebbe la sua parte ad Harrison Ford o a Daniel Craig.

Nato a New York nel 1938 da un’abbiente famiglia dell’industria ferroviaria, giunge giovanissimo in Africa e se ne innamora. Nei tanti anni trascorsi nel continente africano, Beard ha modo di sopravvivere all’attacco di un elefante, di un leone e di un coccodrillo; di conoscere la danese Karen Blixen, autrice del bestseller basato sulle sue memorie La mia Africa (nel caso ve lo foste perso guardate il film di Sydney Pollack che ne è stato tratto con Robert Redford e Meryl Streep); di aprire un proprio ranch; ma soprattutto di usare la macchina fotografica regalategli dalla nonna dando vita a The End of the Gameil libro che lo ha reso famoso.

Peter Beard - The End of The Game

Peter Beard – The End of The Game

Il volume realizzato da Beard a metà degli anni Sessanta, mentre era uno dei guardiani del Tsavo National Park, una delle riserve naturali del Kenya, racchiude già in sé tutte le caratteristiche dei successivi lavori del fotografo che non accosta semplicemente una all’altra delle immagini di animali selvaggi e paesaggi, ma le arricchisce con appunti, disegni, collage, scritte e riflessioni dando alla luce un vero e proprio diario di vita.

Ne è un esempio perfetto Spitting Cobra Tsavo del 1960, uno dei top lot dell’asta di fotografia del 17 marzo. L’immagine in bianco e nero di un serpente Cobra colto nell’attimo prima di un attacco è circondata da una cornice iper colorata di disegni fatti dall’autore: uccelli, insetti, cacciatori, un carosello di vita completato dall’inserimento di due piume reali.

La fotografia sembra in questo modo viaggiare da un livello di pura immaginazione a uno più terreno, con il serpente fotografato a farne da trait d’union.

PETER BEARD, <em>Spitting Cobra, Tsavo</em>, 1960 - Venduto € 21.300

PETER BEARD, Spitting Cobra, Tsavo, 1960 – Venduto € 21.300

Il rettile sembra essere uno degli animali più cari al fotografo se nel 2009, oramai anche acclamato fotografo di moda e chiamato a realizzare l’iconico calendario Pirelli, decide di vestire alcune delle modelle solo con le pelli perse da alcuni serpenti durante la muta. Negli scatti realizzati per la campagna Beard dà libero sfogo alle sue fantasie, affiancando alle bellissime modelle ghepardi, elefanti, zebre, antilopi, ecc…  rappresentando la donna quasi come un’amazzone guerriera, in un omaggio al genere femminile di cui è cultore.

Quello per la nota casa di gomme automobilistiche non è stato il primo calendario realizzato dal fotografo americano. Nel 2002, infatti, era già stato chiamato dalla Piaggio a rendere unico il connubio donna-due ruote, come si può cogliere nelle opere Wonder Woman Likes Vespa o Homage to Miss Vespa”. In quest’ultima si può notare, in alto nell’angolo a destra, l’impronta in rosso di quattro dita del fotografo – chissà se si tratti di semplice inchiostro o sangue, dato che Beard definisce unica la sua tonalità e dichiara di trovarlo migliore di qualsiasi inchiostro o pittura e di farne uso abituale per le sue scritture.

PETER BEARD, <em>Homage to miss Vespa</em>, 2001 - Stima € 3.000 - 4.000

PETER BEARD, Homage to miss Vespa, 2001 – Stima € 3.000 – 4.000

Dal motociclo alle quattro ruote il passo è breve e il Senza titolo. Bmw del 2002 ne è la testimonianza: un collage unico che vede al centro la riproduzione di una macchina circondata da una miriade di immagini, donne, animali, parti di corpi e feti in formaldeide, frame televisivi di Bin Laden e le Torri Gemelle, operazioni chirurgiche, un delirio visivo che diviene una narrazione aperta alla libera interpretazione dello spettatore.

PETER BEARD, <em>Senza titolo (BMW, Italia)</em>, 2002 | Stima € 5.000 - 7.000

PETER BEARD, Senza titolo (BMW, Italia), 2002 | Stima € 5.000 – 7.000

Se Peter Beard non avesse fatto il fotografo, vista la sua grafomania, sicuramente sarebbe potuto diventare un grande scrittore, forse al livello del suo intimo amico Truman Capote. Però se Ernest Hemingway lo avesse conosciuto, ne avrebbe prima fatto un compagno di bevute e in seguito il protagonista di uno dei suoi racconti. Basta rileggere La breve vita felice di Macomber per rendersene conto.

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