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Opere dalla collezione di Bruno Mantura

martedì 23 marzo 2021 • Roma

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Domenico Tojetti

(Rocca di Papa 1807 - San Francisco 1892)

San Carlo dà l’eucarestia agli appestati (bozzetto per la pala d’altare della parrocchiale di Rocca di Papa), 1846 circa

Stima

€ 1.000 - 1.500

Lotto venduto

€ 1.536

I prezzi di vendita comprendono i diritti d'asta

Informazioni

olio su tela
cm 37,5 x 24,5

Allievo dell’Accademia di San Luca, Domenico Tojetti fa parte della cerchia di artisti di formazione purista che alla metà dell’Ottocento furono attivi nei grandi cantieri romani promossi dalla famiglia Torlonia e dai papi Gregorio XVI e Pio IX. Per i Torlonia prese parte alla decorazione del Teatro Apollo a Tor di Nona, della sala da ballo della villa sulla Nomentana e della Galleria del distrutto palazzo di piazza Venezia. Su committenza pontificia lavorò al restauro delle logge raffaellesche in Vaticano e, in seguito, in San Paolo fuori le mura e in Sant’Agnese sulla Nomentana. In seguito alla crisi del settore della pittura decorativa, su suggerimento dell’amico Costantino Brumidi, già da tempo attivo negli Stati Uniti, nel 1867 si trasferì con la famiglia in Guatemala, per poi passare in Messico e stabilirsi definitivamente a San Francisco, dove ornò con dipinti su tela e affreschi chiese ed edifici privati di nuova costruzione. Si devono all’artista anche diverse opere per le chiese dei Castelli Romani, di cui era originario e con cui aveva mantenuto uno stretto legame. Risale al 1845 la committenza da parte degli abitanti di Rocca di Papa della pala d’altare raffigurante San Carlo mentre comunica gli appestati di Milano per la chiesa parrocchiale. La risoluzione del priore Giacomo Botti, che prevedeva un pagamento di 700 scudi, fu giudicata svantaggiosa dagli organi di controllo territoriali e volontariamente ridotta dall’artista a 600 scudi [1]. Nella delibera consiliare della Comarca di Rocca di Papa, approvata il 23 gennaio 1846, si stabiliva che l’esecuzione dovesse avvenire previa presentazione di un bozzetto, probabilmente da identificarsi con l’opera in esame, e che l’esecuzione dovesse essere portata a termine tra la fine del 1848 e i primi due mesi del 1849. Cause impreviste ne rallentarono, tuttavia, la consegna. La pala fu, infatti, terminata nell’estate del 1854 e messa in opera e solennemente inaugurata solo il14 luglio 1855 alla presenza del cardinale Antonio Cagiano de Azevedo, vescovo tuscolano. Nonostante i ritardi fu accolta con grande entusiasmo e celebrata nel volume in versi Cento lavori moderni di pittura e scultura di Luigi Scalchi [2]. L’apprezzamento fu tale che ne furono tratti dei fortunati santini. Un articolo a firma di Niccolò Biaggi dà notizia della sua pubblica esposizione presso lo studio dell’artista, tenutasi nell’estate del 1854, apprezzandone “la castigatezza del disegno, l’armonia delle parti col tutto insieme, la verità dell’espressione, e sopratutto la freschezza e trasparenza del colorito”[3]. Si tratta, in effetti, di elementi che caratterizzano la pittura degli allievi dell’Accademia di San Luca, educati allo studio di Raffaello e del classicismo Seicentesco, cui si riferisce Tojetti nell’affrontare questa pubblica commissione. L’artista, conscio della peculiarità della committenza legata alla sua città natale, doveva aver consultato un ricco materiale iconografico relativo al santo meneghino. Annoverato tra i maggiori riformatori della Chiesa post-tridentina, Carlo Borromeo aveva affrontato con coraggio la peste, che aveva colpito Milano tra il 1576 e il 1577, portando conforto e impartendo i sacramenti agli appestati. Episodio questo sottolineato dai testi agiografici e più volte trattato dagli artisti a partire dalla canonizzazione del santo avvenuta nel 1610. Un dipinto, in particolare, forse noto attraverso una riproduzione, doveva aver attratto la sua attenzione: il San Carlo Borromeo comunica gli appestati (Modena, Galleria Estense) realizzato intorno al 1670-75 da Sebastiano Caula per la chiesa del santo a Modena. Tojetti rielabora la tela seicentesca dal formato orizzontale, selezionando le figure del santo protetto dall’ombrellino processionale e della figura maschile distesa, sostituita nel dipinto ottocentesco con una femminile. La drammaticità della scena è rafforzata dalla calma pazienza di Carlo Borromeo, del frate francescano sulla destra, dei chierichetti e degli astanti in preghiera che contrasta con il disgusto del gentiluomo che si copre con orrore la bocca sulla sinistra. Con lo scopo di connotare didascalicamente la scena nella quinta architettonica, anch’essa ispirata al dipinto modenese, si intravede il Duomo di Milano.

 

Teresa Sacchi Lodispoto

 


 

[1] T. Basili, Il bel S. Carlo Borromeo del Toietti, in “Castelli Romani”, XXI, 1976, 11, pp. 129-131; L. Leoni, Dai Castelli Romani alla California: il pittore Domenico Tojetti (1807-1892), Velletri 2008, p. 13.

[2]  L. Scalchi, Cento lavori moderni di pittura e scultura illustrati in versi, Roma, 1855, pp. 120-124.

[3]  N. Biaggi, Belle arti, in “L’Album”, XXI, 1854-55, 42, pp. 331-332.


Bibliografia

T. Basili, Il bel S. Carlo Borromeo del Toietti, in “Castelli Romani”, XXI, 1976, 11, pp. 129-131.

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