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Opere dalla Collezione di Bruno Mantura

martedì 23 marzo 2021, ore 15:00 • Roma

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Adolf Hirémy-Hirschl

(Temesvar 1860 - Roma 1933)

Studio preparatorio per il dipinto "La decima piaga d’Egitto"

Stima

€ 700 - 1.000

Lotto venduto

€ 960

I prezzi di vendita comprendono i diritti d'asta

Informazioni

matita su cartoncino
cm 19,2 x 29,7
Sul retro: studio architettonico a matita; timbri della Galleria Carlo Virgilio per la mostra sul pittore tenutasi a Roma dal 10 dicembre 1981 al 16 gennaio 1982 con numero di riferimento (2).

Provenienza

Galleria Carlo Virgilio, Roma.

Esposizione

Roma, Galleria Carlo Virgilio, 1981-1982;
Roma, Galleria Prencipe, 2019.

Bibliografia

Adolf Hirémy Hirschl. Disegni, acquerelli e pastelli, catalogo della mostra, Galleria Carlo Virgilio, Roma, 1981, p.73, n. 2;
Un coup de coeur. Grafica tra Italia e Francia dalla raccolta di Bruno Mantura, catalogo della mostra a cura di T. Sacchi Lodispoto, S. Spinazzè, Roma, Galleria Prencipe, 14 febbraio – 16 marzo 2019, p. 70. n. 19.

Esponente di quella generazione di artisti nati intorno agli anni Sessanta dell’Ottocento, che seppero trasfigurare la formazione accademica attraverso opere di forte carica visionaria e simbolica, Adolf Hirémy-Hirschl nel 1882 vinse il Rompreis dell’Accademia di belle arti di Vienna con L’entrata dei Goti a Roma e si trasferì nella città eterna, dove subì il fascino dell’antico e trattò soggetti classici e neopompeiani. Pittore di successo, fu in seguito insignito di numerosi riconoscimenti: nel 1889 ottenne il premio Reichel per Santa Cecilia, nel 1891 il Kaisepreis per Corteo nuziale nell’antica Roma, nel 1892 la medaglia d’argento a Vienna per il Prometeo, nel 1893 il premio Erzherzog Karl Ludwig per Venere e nel 1898 la medaglia d’oro per la grande esposizione per il Cinquantenario del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe con Le anime all’Acheronte. I temi catastrofici legati a momenti di transizione sono uno dei fili conduttori degli anni della sua formazione dall’Entrata dei Goti del 1882 fino a La peste a Roma, che corona nel 1884 i due anni dell’alunnato capitolino. A questo periodo, risale anche un viaggio in Egitto, che ispira all’artista, all’epoca decisamente orientato verso il genere neo-pompeiano, il dipinto La decima piaga d’Egitto, di cui si conservano solo due grandi frammenti e lo studio preparatorio. L’estrema cura filologica nella ricostruzione storica, che sottende alla produzione del periodo, caratterizza anche quest’opera di atmosfere verdiane, che traduce in immagini la narrazione biblica dell’Esodo. L’ultima e decima piaga è la morte che coglie ogni primogenito maschio d’Egitto. Il bozzetto permette di ricostruire l’aspetto del dipinto documentato ancora integro e senza cornice da una foto scattata nello studio dell’artista. Il faraone alzatosi nel cuore della notte scopre il corpo esanime del figlio e viene colto da disperazione insieme ai membri della sua corte. La composizione è incentrata sulla figura del faraone che dopo il tragico evento si risolve a far partire Mosè e gli ebrei alla volta della terra promessa. Intorno al trono sono disposti i dignitari. La colonna massiccia, posta in primo piano a coinvolgere visivamente lo spettatore, denota una conoscenza diretta delle antichità egizie, che ricorre anche in Funerale nell’antico Egitto (collezione privata), opera coeva o di poco successiva. Il tono drammatico è rafforzato dalla donna nuda, che si abbandona alla disperazione ai piedi del trono del faraone. La figura femminile chiude lo spazio in orizzontale secondo uno stilema di ascendenza böckliniana, che ricorre in opere successive di altrettanta carica drammatica, come Assuero alla fine del mondo (collezione privata). Interessante notare come seguendo i precetti della tradizione accademica tale figura sia stata studiata nuda e poi coperta da un drappo solo nella fase di esecuzione del dipinto. I due frammenti della grande tela raffigurano il faraone in trono con il figlio abbandonato sulle ginocchia e la donna, forse la madre del bambino, che si dispera sulla sinistra. Hirémy-Hirschl descrive le sfumature del dramma attraverso l’espressività dei volti e dei corpi. La statuaria compostezza della figura maschile, che guarda fissa avanti a sé impenetrabile e impietrita, immobile come lo è il corpo senza vita del fanciullo, costituisce un contrappunto di quella femminile, che inarca la schiena ed esprime il dolore in maniera dinamica attraverso la tensione del corpo e l’espressione stravolta del volto.

 

 

Teresa Sacchi Lodispoto