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Informazioni
Marradi, Tipografia F. Ravagli, 1914. [2] 173 [1] pp. Misure 195 x 125 mm. Presente sia la pagina di dedica al Kaiser Guglielmo II di Prussia, nonché il frontespizio, dove compare la dicitura “Die Tragödie des letzten Germanen in Italien”. La brossura anteriore staccata ma senza perdite, restauri al dorso. Nel complesso, ottima copia. Bella dedica a Giuseppe Bottai alla carta recante il titolo "La Notte": "Alla Eccellenza Giuseppe Bottai Fascista nel pensiero e nelle opere. Ministro di bellezza e di bontà, questa rara copia della edizione di "Canti Orfici" inviata personalmente dal Poeta, al quale Egli ha voluto sia reso onore e data sepoltura degna, con devota riconoscenza offro Manlio Campana. Palermo, 10 maggio 1940 - XVIII." Acclusa foto ritratto del poeta, 88 x 67 mm., con certificazione al retro: "Dino Campana poeta nel suo anno di grazia 1912 - Manlio Campana".
Note Specialistiche
L'INCUNABOLO DELLA POESIA DEL NOVECENTO, IN ESEMPLARE CON DEDICA
"Lungo il crinale di un déracinement dalla realtà concresciuto tra inquietudini che sfoceranno nella fuga e nell’isolamento in nome di una tragica autenticità, nel marzo 1916 Dino Campana indirizzava a Emilio Cecchi la nitida rievocazione delle peregrinazioni del manoscritto che, con il titolo Il più lungo giorno, raccoglieva la primitiva stesura dei Canti Orfici. Consegnato dal poeta a Giovanni Papini il 12 dicembre 1913 per una eventuale, e ovviamente parziale, pubblicazione su «Lacerba», Il più lungo giorno fu ceduto da Papini ad Ardengo Soffici e da questi smarrito per «negligenza» e indifferenza«nel gran sottosopra» di un trasloco: «Venuto l’inverno [1913] andai a Firenze all’Acerba a trovare Papini che conoscevo di nome. Lui si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restituì il giorno dopo e in un caffè mi disse che non era tutto quello che si aspettava (?) ma era molto molto bene e m’invitò alle giubbe rosse per la sera. Io ero un povero disgraziato esausto avvilito vestito da contadino con i capelli lunghi e un po’ parlavo troppo bene un po’ tacevo. Costetti ci ha il mio ritratto d’allora a Firenze. Per tre o quattro giorni andò avanti poi Papini mi disse che gli rendessi il manoscritto ed altre cose che avevo, ché l’avrebbe stampato sull’Acerba. Ma non lo stampò. Io partii non avendo più soldi (dormivo all’asilo notturno ed era il giorno che loro facevano le puttane sul palcoscenico alla serata futurista incassando cinque o seimila lire) e poi seppi che il manoscritto era passato nelle mani di Soffici. Scrissi 5 o 6 volte inutilmente per averlo e mi decisi di riscriverlo a memoria, giurando di vendicarmi se avevo vita. Quegli sbirri fecero così perché mi sapevano strettamente sorvegliato e contro me tutto era lecito. I poliziotti mi seguivano e mi facevano insultare dovunque andavo e Papini e Soffici si fecero complici degli assassini mentre io pieno di fiducia gli abbandonavo in mano quello che era la sola giustificazione della mia esistenza» (LPD, pp. 130-133 e 137-140).Inizia di qui, dai rituali e dalle nequizie della consorteria letteraria e dei «cari sciacalli del cupolone fiorentino», la mitografia dello smarrimento del «vecchio taccuino coperto di carta ruvida e sporca», destinato a divenire emblema di una verità poetica derisa e esiliata nel mondo. Del ritrovamento del leggendario scartafaccio nella casa di Poggio a Caiano ad opera della figlia di Soffici, Valeria, diede notizia Mario Luzi sul «Corriere della Sera» del 17 giugno 1971 (Un eccezionale ritrovamento fra le carte di Soffici. Il quaderno di Dino Campana, p. 12; ora, nell’importante fascicolo monografico Desiderio di verità e altri scritti inediti e rari, a cura di Eugenio De Signoribus, Enrico Capodaglio e Feliciano Paoli, premessa di Stefano Verdino, in «istmi», 33, 2014, pp. 82-84). Più d’una perplessità intorno alle circostanze del rinvenimento dell’autografo campaniano, verosimilmente già scoperto da Soffici attorno al 1953 (o ancor prima?) e celato per insondabili ragioni d’opportunità, ha avanzato a partire dal 1981 Franco Contorbia, nella relazione, mai data alle stampe, intitolata «Il più lungo giorno»: un manoscritto smarrito?, letta sabato 3 ottobre nel corso del XXXII Convegno di Studi Romagnoli (Marradi, 3-4, 10-11 ottobre), e riproposta, con qualche variante, nei convegni La Liguria per Dino Campana. Il viaggio, il mistero, il mare, la mediterraneità (Genova-La Spezia 11-12-13 giugno 1992) e O poesia tu più non tornerai. Campana moderno (Macerata, 25-26 ottobre 2002). In realtà, già nel capitolo Dino Campana a Firenze dei Ricordi di vita artistica e letteraria (Firenze, Vallecchi, 1931, pp. 109-129), primamente apparso sulla «Gazzetta del Popolo» del 16 e del 30 ottobre 1930, Soffici accennava con precisione allo «scartafaccio scritto per tutti i versi, dove nella stessa pagina maculata e sgualcita si vedevano brani di canzoni, note di viaggio e antiche operazioni aritmetiche cancellate», così come, in una «testimonianza privata» resa a Enrico Falqui vent’anni dopo, soltanto una memoria prodigiosa avrebbe potuto sorreggerlo nel rammentare con esattezza le due epigrafi da Nietzsche e da Gide poste da Campana «in fronte a un manoscritto dei Canti Orfici» (Per una storia del rapporto tra Nietzsche e Campana, in Galleria degli scrittori italiani. Dino Campana, a cura di Mario Costanzo e Luigi Capelli, in «La Fiera letteraria», VIII, 24, 14 giugno 1953, p. 5; ora, con il titolo Dino Campana. In bacheca con Nietzsche, in Novecento letterario. Serie quarta, Firenze, Vallecchi, 1954, pp. 88-97). Alle medesime conclusioni di Contorbia sarebbe approdato Gabriel Cacho Millet nell’articolo Il manoscritto di Campana: perduto, ritrovato e venduto («Wuz», III, 3, maggio-giugno 2004, p. 37), confortato da una precedente testimonianza di Luigi Cavallo che già nel 1965 avrebbe intravisto il manoscritto tra le carte di Soffici, morto a Vittoria Apuana il 19 agosto 1964 (Come nel ’65 ritrovai la copia smarrita tra le carte di Soffici a Poggio a Caiano, in «il Giornale», 13 settembre 2002, p. 29).Il più lungo giorno fu esposto, nel marzo 1973, al Gabinetto Vieusseux, durante la Mostra bio-bibliografica su Dino Campana, a cura di Maura Del Serra e, dodici anni più tardi, nella Sala del Consiglio comunale di Marradi, in occasione del centenario della nascita del poeta, per poi ricomparire a Roma da Christie’s nel 2004, dopo un’inaccessibilità trentennale, ed essere acquistato per 213.425 euro dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che, infine, lo affiderà alla Biblioteca Marucelliana. Nel 1973 era stato pubblicato in edizione critica (con riproduzione anastatica) da Domenico De Robertis, con prefazione di Enrico Falqui (Roma-Firenze, Archivi Arte e cultura dell’età moderna d’intesa con Vallecchi, 1973); recentemente Stefano Giovannuzzi ne ha procurato una nuova edizione (Firenze, Le Càriti, 2004), «rivista e corretta» nel 2011. A partire dal 2006 la Biblioteca Marucelliana ha reso disponibile in rete la consultazione digitale del manoscritto. (Francesca Castellano. IL PIÙ LUNGO GIORNO: BREVE STORIA DI UN MANOSCRITTO PERDUTO E RITROVATO. su campanadino.it).
Sulla storia editoriale dei Canti Orfici e sul censimento degli esemplari si veda in particolare: Maini-Scapecchi, Ho bisogno di essere stampato. Un incunabolo del Novecento: i 'Canti Orfici' di Dino Campana. Parte prima: la stampa - Parte seconda: gli esemplari, in Rara Volumina, nn. 2/1995 e 2/1996.
"Lungo il crinale di un déracinement dalla realtà concresciuto tra inquietudini che sfoceranno nella fuga e nell’isolamento in nome di una tragica autenticità, nel marzo 1916 Dino Campana indirizzava a Emilio Cecchi la nitida rievocazione delle peregrinazioni del manoscritto che, con il titolo Il più lungo giorno, raccoglieva la primitiva stesura dei Canti Orfici. Consegnato dal poeta a Giovanni Papini il 12 dicembre 1913 per una eventuale, e ovviamente parziale, pubblicazione su «Lacerba», Il più lungo giorno fu ceduto da Papini ad Ardengo Soffici e da questi smarrito per «negligenza» e indifferenza«nel gran sottosopra» di un trasloco: «Venuto l’inverno [1913] andai a Firenze all’Acerba a trovare Papini che conoscevo di nome. Lui si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restituì il giorno dopo e in un caffè mi disse che non era tutto quello che si aspettava (?) ma era molto molto bene e m’invitò alle giubbe rosse per la sera. Io ero un povero disgraziato esausto avvilito vestito da contadino con i capelli lunghi e un po’ parlavo troppo bene un po’ tacevo. Costetti ci ha il mio ritratto d’allora a Firenze. Per tre o quattro giorni andò avanti poi Papini mi disse che gli rendessi il manoscritto ed altre cose che avevo, ché l’avrebbe stampato sull’Acerba. Ma non lo stampò. Io partii non avendo più soldi (dormivo all’asilo notturno ed era il giorno che loro facevano le puttane sul palcoscenico alla serata futurista incassando cinque o seimila lire) e poi seppi che il manoscritto era passato nelle mani di Soffici. Scrissi 5 o 6 volte inutilmente per averlo e mi decisi di riscriverlo a memoria, giurando di vendicarmi se avevo vita. Quegli sbirri fecero così perché mi sapevano strettamente sorvegliato e contro me tutto era lecito. I poliziotti mi seguivano e mi facevano insultare dovunque andavo e Papini e Soffici si fecero complici degli assassini mentre io pieno di fiducia gli abbandonavo in mano quello che era la sola giustificazione della mia esistenza» (LPD, pp. 130-133 e 137-140).Inizia di qui, dai rituali e dalle nequizie della consorteria letteraria e dei «cari sciacalli del cupolone fiorentino», la mitografia dello smarrimento del «vecchio taccuino coperto di carta ruvida e sporca», destinato a divenire emblema di una verità poetica derisa e esiliata nel mondo. Del ritrovamento del leggendario scartafaccio nella casa di Poggio a Caiano ad opera della figlia di Soffici, Valeria, diede notizia Mario Luzi sul «Corriere della Sera» del 17 giugno 1971 (Un eccezionale ritrovamento fra le carte di Soffici. Il quaderno di Dino Campana, p. 12; ora, nell’importante fascicolo monografico Desiderio di verità e altri scritti inediti e rari, a cura di Eugenio De Signoribus, Enrico Capodaglio e Feliciano Paoli, premessa di Stefano Verdino, in «istmi», 33, 2014, pp. 82-84). Più d’una perplessità intorno alle circostanze del rinvenimento dell’autografo campaniano, verosimilmente già scoperto da Soffici attorno al 1953 (o ancor prima?) e celato per insondabili ragioni d’opportunità, ha avanzato a partire dal 1981 Franco Contorbia, nella relazione, mai data alle stampe, intitolata «Il più lungo giorno»: un manoscritto smarrito?, letta sabato 3 ottobre nel corso del XXXII Convegno di Studi Romagnoli (Marradi, 3-4, 10-11 ottobre), e riproposta, con qualche variante, nei convegni La Liguria per Dino Campana. Il viaggio, il mistero, il mare, la mediterraneità (Genova-La Spezia 11-12-13 giugno 1992) e O poesia tu più non tornerai. Campana moderno (Macerata, 25-26 ottobre 2002). In realtà, già nel capitolo Dino Campana a Firenze dei Ricordi di vita artistica e letteraria (Firenze, Vallecchi, 1931, pp. 109-129), primamente apparso sulla «Gazzetta del Popolo» del 16 e del 30 ottobre 1930, Soffici accennava con precisione allo «scartafaccio scritto per tutti i versi, dove nella stessa pagina maculata e sgualcita si vedevano brani di canzoni, note di viaggio e antiche operazioni aritmetiche cancellate», così come, in una «testimonianza privata» resa a Enrico Falqui vent’anni dopo, soltanto una memoria prodigiosa avrebbe potuto sorreggerlo nel rammentare con esattezza le due epigrafi da Nietzsche e da Gide poste da Campana «in fronte a un manoscritto dei Canti Orfici» (Per una storia del rapporto tra Nietzsche e Campana, in Galleria degli scrittori italiani. Dino Campana, a cura di Mario Costanzo e Luigi Capelli, in «La Fiera letteraria», VIII, 24, 14 giugno 1953, p. 5; ora, con il titolo Dino Campana. In bacheca con Nietzsche, in Novecento letterario. Serie quarta, Firenze, Vallecchi, 1954, pp. 88-97). Alle medesime conclusioni di Contorbia sarebbe approdato Gabriel Cacho Millet nell’articolo Il manoscritto di Campana: perduto, ritrovato e venduto («Wuz», III, 3, maggio-giugno 2004, p. 37), confortato da una precedente testimonianza di Luigi Cavallo che già nel 1965 avrebbe intravisto il manoscritto tra le carte di Soffici, morto a Vittoria Apuana il 19 agosto 1964 (Come nel ’65 ritrovai la copia smarrita tra le carte di Soffici a Poggio a Caiano, in «il Giornale», 13 settembre 2002, p. 29).Il più lungo giorno fu esposto, nel marzo 1973, al Gabinetto Vieusseux, durante la Mostra bio-bibliografica su Dino Campana, a cura di Maura Del Serra e, dodici anni più tardi, nella Sala del Consiglio comunale di Marradi, in occasione del centenario della nascita del poeta, per poi ricomparire a Roma da Christie’s nel 2004, dopo un’inaccessibilità trentennale, ed essere acquistato per 213.425 euro dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che, infine, lo affiderà alla Biblioteca Marucelliana. Nel 1973 era stato pubblicato in edizione critica (con riproduzione anastatica) da Domenico De Robertis, con prefazione di Enrico Falqui (Roma-Firenze, Archivi Arte e cultura dell’età moderna d’intesa con Vallecchi, 1973); recentemente Stefano Giovannuzzi ne ha procurato una nuova edizione (Firenze, Le Càriti, 2004), «rivista e corretta» nel 2011. A partire dal 2006 la Biblioteca Marucelliana ha reso disponibile in rete la consultazione digitale del manoscritto. (Francesca Castellano. IL PIÙ LUNGO GIORNO: BREVE STORIA DI UN MANOSCRITTO PERDUTO E RITROVATO. su campanadino.it).
Sulla storia editoriale dei Canti Orfici e sul censimento degli esemplari si veda in particolare: Maini-Scapecchi, Ho bisogno di essere stampato. Un incunabolo del Novecento: i 'Canti Orfici' di Dino Campana. Parte prima: la stampa - Parte seconda: gli esemplari, in Rara Volumina, nn. 2/1995 e 2/1996.
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