Importanti fotografie dalla collezione Mario Trevisan

Seydou Keita "Senza titolo", 1958 (dettaglio)

Presentare le opere fotografiche provenienti da una collezione privata è sempre un’operazione ricca di mille implicazioni perché non significa soltanto proporre immagini di sicuro valore già passate al vaglio e alla scelta di un collezionista competente. Significa anche interrogarsi sul perché sono state acquistate, come si sono armonizzate con quelle già acquisite, di quale fascino siano dotate rispetto ad altre, di quale nuova vita vivranno una volta che saranno state immesse nel mercato per raggiungere altre destinazioni, essere scelte da un altro collezionista, entrare in sintonia con altre opere.

Perché le fotografie non sono asettiche e neutre, possiedono al contrario una vitalità un po’ misteriosa che “parla” con i suoi interlocutori il loro linguaggio volta a volta differente.

È un’operazione che si può facilmente immaginare usando come modello di sperimentazione le stesse pagine di questo catalogo: c’è chi resterà affascinato dalla preziosità della stampa di Irving Penn, chi dal valore storico implicito nelle fotografie di Julia Margaret Cameron, di Frantisek Drtikol o di Lewis Carrol, chi preferirà la ruvida immediatezza di Diane Arbus e chi si troverà a proprio agio di fronte alla sensibilità di Bert Stern.

Inoltre, considerando non le singole opere ma il loro insieme, si potrà suddividerle per genere (i nudi, i ritratti, le ricerche) o cercare un fil rouge che stabilisca una sorta di sguardo trasversale che avvicina immagini lontane nel tempo ma tuttora capaci di stabilire fra di loro un legame sotterraneo.

In fondo è proprio l’operazione compiuta più di trent’anni fa da Mario Trevisan quando decise di avvicinarsi al mondo della fotografia facendosi guidare, come dice ispirandosi a una famosa affermazione di Henri Cartier-Bresson, “dagli occhi, dal cuore e dalla testa” in una efficace sintesi che allude all’immediatezza dello sguardo, primo momento di fascinazione di fronte a una fotografia, al piacere che guida le successive scelte intrecciandosi alla lucida razionalità che poi caratterizza la logica di una collezione.

Al contrario di quanto succede a chi, occupandosi di gestire una raccolta istituzionale, deve seguire delle indicazioni precise (un percorso storico o tematico, la necessità di acquisire particolari autori), un privato può far emergere le sue preferenze e in questo modo caratterizzare la sua raccolta evitando il pericolo dell’asetticità.

Mario Trevisan compie scelte eterodosse perché il suo è uno sguardo aperto che sa accostare la classicità alla ricerca più audace, soffermarsi sugli autori più conosciuti della storia della fotografia ma aprirsi anche a quelli meno noti, cercare le icone ma non limitarsi a quelle. Se bisogna cercare una coerenza in queste scelte forse è legata a quel gusto surrealista cui dichiaratamente Trevisan si ispira.

Ma per chiedersi come mai si sia convinto a liberarsi di alcune opere che pure un tempo ha inseguito e posseduto bisogna ricordarsi che, come tutti i collezionisti, agli inizi ha inseguito l’idea di avere quante più opere possibili, soprattutto quelle che sono state pietre miliari. Salvo poi rendersi conto di non dover ragionare come un museo, di non avere nessuna necessità di documentazione storica e quindi potersi creare un percorso personalissimo all’interno del quale alcune opere non gli “appartengono” né lo emozionano.

Questo senza mai negare che nella scelta delle fotografie il confronto fra passione e ragione vede spesso la seconda soccombere perché, in ultima analisi, ogni collezione è il rispecchiamento di chi l’ha creata.


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