21 giugno 2018

«Grazie Ungaretti, fratello maggiore»

Pochi poeti e letterati sono riusciti ad avere l’energia vitale di Giuseppe Ungaretti nel tessere rapporti con intellettuali e artisti di ogni generazione, uomini e (ovvio) donne, italiani e stranieri. Il risultato è una impensabile mole di corrispondenza con scrittori, editori, pittori, registi, compositori, amici famosi e no. Centinaia e centinaia di carte in verde, perché l’inchiostro verde, almeno dal 1949, è il suo segno distintivo. E in verde sono, in buona parte, i manoscritti di Ungaretti detenuti dall’erede, il genero Mario Lafragòla, e messi all’asta da Minerva-Finarte (il 12 giugno) per le cure del responsabile Fabio Massimo Bertolo: 630 carte raccolte in cartelline bianche e circa 170 lettere firmate da corrispondenti spesso illustri. Un archivio che la Biblioteca Nazionale di Roma, grazie alla lungimiranza del suo direttore Andrea De Pasquale, ha acquistato per 125 mila euro.

Dunque, autografi delle opere poetiche, di conferenze, saggi, articoli, abbozzi e bozze, appunti, pane abbondante per i denti dei filologi: con varianti d’autore e molteplici sorprese sulla genesi dei libri e sul laboratorio del poeta. E le lettere, si diceva, che documentano l’impressionante varietà delle amicizie. Dalle primissime (Enrico Pea) a quelle acquisite negli anni via via che Ungaretti diventa il punto di riferimento (morale oltre che poetico) delle generazioni che verranno, dagli ermetici alla neoavanguardia. Sempre in bilico tra scambio culturale e confidenza privata. Il che appare chiarissimo, per esempio, nelle belle lettere di Attilio Bertolucci. Il poeta di Parma, trentasei anni, l’11 novembre 1947, da Baccanelli, confida a Ungaretti di aver lavorato a Roma malvolentieri per i documentari di Antonio Marchi: «L’unica consolazione era muoversi in quella benedetta aria pulita, dopo le nostre nebbie, camminare nel sole verso l’una diretti alla solita trattoria, svegliarsi per la luce mattutina entrata dalla finestra socchiusa». Bertolucci, che si dichiara «un famoso falso malato di cuore», si sofferma poi sulla crisi di angina pectoris da cui Ungaretti è stato colpito in giugno: «e mi pareva che anche noi avessimo abusato della sua generosità, che tutti si avesse un po’ di colpa». È l’anno dell’uscita de Il dolore e Attilio rivolge al «fratello maggiore» un omaggio tutt’altro che convenzionale: «Si può dire che la mia vita potrei ormai segnarla con l’apparizione dei suoi tre libri». Lo stesso «entusiasmo» che traspare dalle parole con cui Mario Luzi, il 2 novembre dello stesso anno, definisce il libro opera «d’una fatalità inesorabile». [...]

Una delle lettere dell'imponente corpus di manoscritti di Giuseppe Ungaretti, lotto 37 dell'asta di Libri Antichi di Minerva


È alla generosità di Ungaretti che fa ricorso anche Mario Schifano quando finisce in carcere per una vicenda di droga. E in quattro paginette dell’autunno 1966 vergate a caratteri maiuscoli quasi infantili chiede al poeta di testimoniare a suo favore: «Io spero proprio che per il 10 non si trovi lontano da Roma, lei potrà aiutarmi a uscire da questa storia (lei sa tutto dal mio avvocato?). Comunque in prigione ho molto pensato e se uscirò farò molte cose nuove». L’artista si crogiola nel suo conclamato «maledettismo», annuncia la personale che presto si aprirà a Milano da Marconi: «tutto il mio lavoro da gennaio a luglio (bello, tutto coperto di plastica). Sarò molto triste il giorno 8… ma, in fondo, anche felice». Illustra i suoi progetti futuri, confessa di essere «innamoratissimo di una donna che si chiama Anna Carini, lei ancora non la conosce». Si interessa: «Lei sta bene? Viaggia sempre, sempre», prima di concedersi qualche confidenza più malinconica: «Il tempo è molto brutto, è proprio autunno, qui dentro non si è avvertito il passaggio dall’estate a ora (era sempre fresco!). Mariaccio Diacono [il suo segretario]? Io (le dirò) sono molto imbarazzato di dovermi trovare il prossimo giovedì in un tribunale, e così socialmente dover rispondere di qualcosa così poco asociale (ecco io non capisco ancora bene, ma cosa ho fatto contro chi, contro cosa…! Boh!). Però è chiaro che per questo dovrei uscire… Uff! Che noia una prigione, quanto tempo per niente. Sa? Sono 109 giorni che sono qui dentro, pensi io amo così tanto il sole il mare la luce. Grazie (e non così per dire) di tutto. Sono molto commosso». Era appena uscito, Ungaretti, dall’affaire Milena Milani, l’ex «comandante delle donne futuriste» il cui romanzo La ragazza di nome Giulio, uscito da Longanesi nel 1964, era stato accusato (e condannato) per oltraggio «al comune senso del pudore»: anche a lei, in sede di appello, il poeta aveva offerto «con tanto fervore e tanto accanimento» i suoi buoni uffici, lettere, recensioni, testimonianze a difesa. Gli arrivano ovvie parole di gratitudine: «Non so come ringraziarla di quanto ha già fatto. E di quanto farà». E naturalmente Ungaretti farà, come sempre. [...]

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La pagina del Corriere Cultura uscita domenica 13 giugno 2018