22 novembre 2017

Dino Buzzati e il Babau

“Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie.”

E la storia del Babau non è una storia qualunque, come il dipinto che da questa ne trae ispirazione non è un dipinto qualunque. Quel racconto apre la raccolta di elzeviri e racconti che Buzzati pubblicò nel 1971, Le notti difficili (Mondadori, 1971), scegliendolo come testo d’apertura con il chiaro intento programmatico di una dichiarazione di Poetica.

Il Babau è un inno alla fantasia, non solo quella dei bambini, ma anche degli adulti che però spesso la rinnegano sino a condannarla a morte… Non a caso Buzzati chiuderà il racconto con una frase emblematica:

“Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace.”
Il Babau diventa così chiara metafora della fantasia, di quel processo fantastico di deformazione onirica della realtà che contraddistingue le opere di Buzzati, forse più quelle pittoriche che letterarie. Sono i grandi a rompere l’incantesimo, i “maledetti” che gridano allo scandalo e che, solo dopo la morte del Babau, ne capiscono l’importanza: “uccisa che fu la creatura capirono”.

Cosa capirono? Capirono che senza i sogni e la fantasia non c’è progresso possibile, non c’è futuro, non c’è comprensione del reale. Questo i bambini lo sanno e per questo continuano a dormire sonni tranquilli e veglie serene, ma lo sanno anche un’altra categoria di persone: le donne, che “vecchie e bambine” alla notizia della morte del Babau, “ridestate da un oscuro richiamo, [uscirono] dalle case, inginocchiandosi e pregando intorno all’infelice”. Che le donne capiscano più e meglio degli uomini è un assunto chiaro nella poetica di Buzzati, per cui non c’è salvezza senza l’universo femminile. Un universo che spesso lui dipinge a tinte fosche, cupe, oppressive, ma che sa bene rappresentino per lui - come per l’umanità - l’unica vera via d’uscita. Sono le donne a capire l’errore commesso dagli uomini nell’uccidere il Babau, le sole che sanno convivere con la fantasia lasciandosi fecondare da essa.

Che questo dipinto non fosse un dipinto qualunque lo dimostra l’ossessiva presenza a fianco di Dino, in molte mostre e situazioni pubbliche. Una su tutte: campeggia nell’unica foto celebre di Buzzati davanti alla galleria parigina de “La Pochade”, nel 1967. Quel quadro, che non apre la mostra ma INTRODUCE alla mostra, deve essere attraversato in tutta la sua valenza simbolica per entrare in sintonia con l’arte di Buzzati. E pazienza se i visitatori non avranno avuto contezza del bel racconto che vi è dietro/a fianco, l’importante è percepire la grandiosa novità di quel dipinto, che introduce l’arte di Buzzati anche a chi non l’ha mai frequentato.

Il Babau, con la sua aura bianca, è l’unico mezzo possibile di redenzione, di piena sintonia con l’anima dell’universo, e di questo Buzzati ne aveva piena consapevolezza:

“Quando ero bambino, mi raccontavano la storia del Babau. Mi faceva paura, eppure gli volevo bene. Poi sono cresciuto, non ci ho creduto più. Come voi, immagino, che idiota!”
I benpensanti uccidono la fantasia e le dolci illusioni di leopardiana memoria man mano che si avanza con l’età, Buzzati sapeva che tutto questo era idiota, se non masochista.


ASTA DI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
27 novembre 2017⠀

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